Titolo paratesto [Codice paratesto]:

Alessandro Manconi i ego roman [P030]

Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":

La borghesia lombarda e la sua aspirazione patriottica – cfr. le direttive: D030, D032, D047, D066, D073, D076

Dživelegov apre la prefazione, intitolata Alessandro Manzoni e il suo romanzo, con una descrizione del clima politico della Lombardia (luogo in cui è ambientato il romanzo e terra natale dell’autore) nel periodo precedente al Risorgimento. Secondo lo studioso, la forza principale che muoveva tanto il progresso economico quanto quello culturale della regione, nella prima metà dell’Ottocento, era la ricca borghesia, interessata all’abolizione dei dazi doganali tra la Lombardia e il resto del paese. È interessante confrontare le caratteristiche che egli attribuisce alla situazione culturale lombarda in questa prefazione con quelle presenti in un altro suo articolo, dedicato alla letteratura italiana della prima metà del XIX secolo, in cui anche a Manzoni viene dedicata grande attenzione (quest’ultimo non è datato, ma è conservato nel suo archivio allo RGALI nella stessa cartella della stesura definitiva della prefazione del 1936, sotto il titolo Stat’i Dživelegova Alekseja Karpoviča ob ital’janskom romantizme).
Nella prefazione viene accentuata l’idea di lotta, assente nella bozza dell’altro articolo. Qui Dživelegov afferma infatti che, quando in Lombardia, dopo la caduta di Napoleone, ritornarono le autorità austriache, al fine di “ricondurre la borghesia lombarda all’antica sottomissione”, “al pensiero sociale progressista toccò condurre una lotta su due fronti: contro la polizia e contro gli scribacchini al soldo del governo, ed è difficile dire chi dei due fosse più odioso”. La lotta sul fronte ideologico aveva alla base, secondo lo studioso, quell’aspirazione degli italiani all’unità che “allora chiamavano patriottismo”. Pertanto, nella prefazione egli si sofferma particolarmente su questa aspirazione, che rispondeva, a suo avviso, alle esigenze della borghesia liberale.

Il romanticismo e il realismo – D085, D086, D087, D090, D094

In entrambi i saggi Dživelegov mostra come i letterati lombardi associassero al patriottismo l’estetica del romanticismo, contrapponendo quest’ultimo al classicismo, la corrente letteraria della “classe degli oppressori”. È però doveroso notare che, mentre nella bozza dell’altro articolo lo studioso si esprime in termini piuttosto positivi sul romanticismo, nella prefazione ne sottolinea invece il suo legame puramente convenzionale con le idee del patriottismo. Scrive infatti nella bozza dell’altro articolo (RGALI. F. 2032. D. 71. Op. 1. L. 19-21): “Il classicismo perse la sua popolarità non appena fu proclamato unico stile letterario valido dagli scribacchini prezzolati del governo austriaco. Al suo posto cominciò gradualmente ad affermarsi la corrente romantica, che proclamava […] la libertà dell’arte, l’unione con le fonti creative delle masse popolari, l’interesse per la storia patria e per il folklore. […] In quei dieci anni la bandiera del romanticismo divenne il saldo simbolo non solo del liberalismo ma anche del cosiddetto ‘patriottismo’, cioè delle aspirazioni unificatrici capeggiate dalla borghesia italiana”.
Nella prefazione del 1936 sostiene, al contrario:
“Oggi ci riesce difficile comprendere perché si sia stabilito immediatamente un legame interiore tra il patriottismo, che in quel momento aveva un carattere progressista ben definito, e il romanticismo, il quale, in generale, era spesso estraneo a un contenuto politico progressista. E difficilmente tale legame interiore esisteva veramente. Ma ci si sforzò di instaurarlo e ci si sforzò proprio perché ormai non era più possibile veicolare l’ideologia ‘patriottica’ nelle formule e nelle immagini del classicismo. Che il legame tra contenuto socio-politico e forma letteraria fosse del tutto artificiale, è evidente anche dal fatto che ben presto si dovette modificare le stesse formule del romanticismo, per portarlo in maggiore corrispondenza con gli interessi di classe della borghesia italiana progressista. Ma in quel momento, ripeto, non c’era altra via d’uscita. E il governo austriaco, deciso a prendere in mano la guida dell’opinione pubblica, a indirizzarla nel corso voluto, contribuì esso stesso a rafforzare il segno d’uguaglianza tra romanticismo e ‘patriottismo’”.
Nella prefazione Dživelegov giunge alla conclusione che Manzoni si discostò dall’estetica del romanticismo e si avvicinò intuitivamente al realismo, assolvendo al “compito sociale” della borghesia liberale, ossia creando il primo romanzo storico con un’impronta patriottica e liberale; ma, quasi non bastasse, afferma che in generale “l’intera corrente che in Italia veniva chiamata romanticismo, di tutti i romanticismi europei fu la più realistica”.

La strategia antireligiosa di Dživelegov – D032, D060, D061

Dimostrato come fondamentale il messaggio civile del romanzo, Dživelegov può permettersi di omettere quasi del tutto l’analisi della sua componente cristiana. Senza negare la religiosità dell’autore, lo studioso riduce la complessa storia della sua conversione, ossia del consapevole ritorno alla fede cattolica, a un capriccio della giovane moglie: la calvinista Enrichetta Blondel “improvvisamente decise” di abbracciare il cattolicesimo, e il marito innamorato, seguendo il suo capriccio, “impigliatosi tra i preti, […] divenne un cattolico ortodosso”. Dživelegov ironizza sulle leggende che i biografi di Manzoni legano alla sua conversione, “come se non si trattasse di un uomo dell’Ottocento, ma di una sorta di santo medievale”, e giunge alla sorprendente conclusione che “nessuna conversione vi fu” per davvero. Il suo cattolicesimo sarebbe stato semplicemente una consuetudine “serena e pacata”, strettamente legata in lui al liberalismo politico. “Il raggiungimento dello scopo politico del romanzo”, conclude Dživelegov nella prefazione, non fu impedito neppure dall'”idea religiosa sporgente a scapito dell’artisticità” del conforto nella giustizia della provvidenza divina. Il romanzo realizzò il compito principale, quello di spiegare agli egoisti, agli opportunisti e ai “traditori della patria” che “non c’è al mondo male peggiore del giogo straniero”.

Temi religiosi nella critica italiana

È interessante confrontare il paratesto di Dživelegov con quelli dei critici italiani degli stessi anni. Per gli studiosi italiani che scrivono de i Promessi sposi non sussiste il problema di giustificare la religiosità dell’autore. In particolare, Giuseppe Lipparini, nella nuova prefazione all’edizione del 1934, esprime la speranza che ormai sia per sempre finita quella “fobia anticlericale” che per molti anni celò Manzoni ai lettori; sostiene che oggi nessuno si azzarderebbe più ad accusarlo per il fatto che sulle sue pagine compaiano troppi preti e frati.

Gli autori italiani, nei loro paratesti al romanzo, discutono temi come la Provvidenza, il peccato originale e la colpa primordiale dell’uomo; l’influenza del giansenismo su Manzoni (un argomento completamente escluso dal discorso sovietico degli anni Trenta, ma che riapparirà nella prefazione di Ė. Jegerman alla nuova edizione della Goslitizdat nel 1955); e infine, le questioni del male, della morte e della resurrezione. Nel dibattito italiano è inoltre presente il tema del rapporto tra verità artistica e verità storica nel romanzo. Se Benedetto Croce nega in principio ogni valore storico alla prosa manzoniana, Ermenegildo Pistelli, curatore dell’edizione più autorevole del romanzo negli anni Venti, afferma nella sua prefazione che la storia ne I promessi sposi non è “la storia milanese del Seicento, ma la storia delle anime, vera in qualsiasi periodo”; i temi centrali dell’opera manzoniana sono secondo lui la vita e la religione cristiana, contemplate nella storia.

Rivalità con la cultura fascista – D022, D024, D027, D036, D037; D049

Accanto alla critica letteraria non impegnata, è importante considerare la ricezione ufficiale da parte del regime fascista. La casa-museo di Manzoni fu inaugurata solennemente a Milano nel 1937 con la benedizione del duce in persona, Benito Mussolini; il suo stretto collaboratore e filosofo del fascismo, Giovanni Gentile, tenne per l’occasione un discorso in cui definì Manzoni il secondo poeta civile dopo Dante, padre del Risorgimento e ispiratore della coscienza nazionale. Il discorso di Gentile ricorda in parte la recensione di Aleksandrov (P031); tuttavia, al posto dell’impegno rivoluzionario, Gentile parla della “missione religiosa” dello scrittore.
Considerando che, a metà degli anni Trenta, il classico Manzoni diviene uno scrittore canonizzato dal regime fascista, “secondo solo a Dante”, si può ipotizzare che ciò abbia potuto fornire un’ulteriore motivazione per la traduzione e la pubblicazione del romanzo nel paese sovietico, rivale di quelli fascisti e nazisti sul fronte culturale.

Kristina Landa

Collocazione paratesto: Obručennye. Povest' iz istorii Milana XVII veka - Moskva-Leningrad - Academia - 1936 - pp. 8-38

Tipologia di paratesto: Prefazione

Autore del paratesto: Dživelegov Aleksej Karpovič

Profilo autore del paratesto: Dživelegov Aleksej Karpovič (1975, Nachičevan'-na-Donu -1952, Mosca) - esperto di storia e letteratura del Rinascimento e del teatro italiano, autore della prima monografia sovietica su Dante, che negli anni Trenta e Quaranta viene considerato lo studioso più autorevole nell'ambito dell'italianistica in URSS e fino al 1937 dirige la collana di letteratura italiana presso Academia. Prima della rivoluzione d'Ottobre fu membro del partito democratico-costituzionale; anche nella Russia zarista applicò l'approccio storico e sociologico allo studio delle opere letterarie. Nel periodo staliniano applica il metodo marxista, anche se non la sua analisi non si riduce mai a quella del metodo "sociologico volgare". Il talento di Dživelegov di comporre ""le prefazioni sociologiche"" venne riconosciuto, in particolare, dal traduttore Michail Lozinskij che chiese allo studioso di corredare la sua traduzione della Vita di Cellini da una prefazione dettagliata.

Bibliografia: M. Andreev, A.K. Dživelegov, in Id., Literatura Italii. Temy i personaži, Moskva, RGGU, 2008, pp. 308-318; RGALI. F. 2032. Dživelegov A.K.

Kristina Landa

Data del paratesto: 1936

Direttive paratesto:

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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: I Promessi sposi

Data dell'opera originale: 1842

Paese dell'opera originale: Italia

Nome autore del testo originale: Manzoni Alessandro

Profilo autore del testo originale: Manzoni Alessandro (Milano, 1785 - Milano, 1873). Scrittore, poeta, drammaturgo e senatore del Regno d'Italia. Gettò le basi del romanzo storico italiano e riformò il teatro abolendo la regola aristotelica delle tre unità.
In gioventù fu influenzato dai poeti neoclassici illuministi e frequentò le lezioni di Vincenzo Monti; durante i soggiorni parigini si appassionò alle idee di Voltaire, al sensismo e al Romanticismo, prendendo progressivamente le distanze dal razionalismo. Nel 1810, dopo una profonda crisi spirituale, visse una conversione al cattolicesimo, intorno alla quale la critica ha poi costruito una vera e propria leggenda agiografica.
Nel periodo compreso tra il 1812 e il 1827, il cosiddetto "quindicennio creativo", Manzoni sperimentò vari generi letterari: poesia sacra e civile, tragedie, saggi e infine il primo grande romanzo della letteratura italiana, I promessi sposi (il cui titolo originario fu Fermo e Lucia, poi Renzo e Lucia) la cui edizione definitiva vide la luce solo nel 1840.
Nel 1860 lo scrittore fu nominato senatore del Regno di Sardegna; nel 1872 ottenne la cittadinanza onoraria di Roma.

Bibliografia: P. Floriani, Manzoni, Alessandro, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, 2007, vol. 69; Bibliografia manzoniana (1949-1973), a cura di S. Brusamolino Isella, S. Usuelli Castellani, Milano, 1974; Bibliografia manzoniana (1980-1995), a cura di M.G. De Robertis, Milano, 1998; https://projects.dharc.unibo.it/leggomanzoni/.

Kristina Landa

Categoria autore: Autore classico

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Titolo traduzione russa del testo originale: Obručennye. Povest' iz istorii Milana XVII veka

Collocazione traduzione: Moskva-Leningrad – Academia

Nome traduttore: Šitc Ivan Ivanovič

Profilo traduttore: Šitc Ivan Ivanovič (Tambov, 1874 - Mosca, 1942). Storico e docente, specialista di storia antica e moderna e di architettura religiosa russa.
Nei primi anni del Novecento insegnò storia nei ginnasi femminili di Mosca. Dopo la rivoluzione d'Ottobre, durante gli anni Venti e Trenta, lavorò presso l'Istituto Bibliografico Russo "Granat", curando e pubblicando voci dedicate alla storia antica e medievale per l'omonima enciclopedia.
Nel 1933 fu arrestato e rilasciato dopo alcuni mesi. È noto anche per i diari, estremamente critici verso il potere sovietico, pubblicati solo nel periodo della perestrojka.

Bibliografia: I. Šitc, Dnevnik "Velikogo pereloma" (mart 1928 - avgust 1931), Paris, YMCA-press, 1991; S. Belov, "Brat'ja Granat", Moskva, Kniga, 1982, p. 43; https://corpus.prozhito.org/person/80; IRLI RAN. F. 33, op. 2, ed.chr. 157.

Kristina Landa

Curatore dell'edizione della traduzione: N/A

Data dell'edizione della traduzione russa: 1936

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