Parmksij monastyr” Stendalja [P119]
Collocazione paratesto: Stendal'. Sobranie sočinenij. T. II - GICHL - Leningrad - pp. 5-23
Tipologia di paratesto: Introduzione
Autore del paratesto: Reizov Boris Georgievič
Profilo autore del paratesto:
Reizov Boris Georgievič (Nachičevan'-na-Donu, 1902 - Leningrado, 1981). Storico delle letterature occidentali, specializzato nei secoli XVIII e XIX, traduttore; membro dell'Accademia delle Scienze dell'URSS dal 1970.
Si laureò nel 1926 presso l'Università del Nord Caucaso a Rostov sul Don e conseguì il dottorato di ricerca presso l'Istituto di Cultura del Discorso a Leningrado. Fu ricercatore senior presso l'Istituto di Letteratura Russa dell'Accademia delle Scienze dell'URSS. Dal 1935 insegnò all'Università Statale di Leningrado, dove nel 1940 divenne professore ordinario; fu a capo del Dipartimento di Letterature Straniere e preside della Facoltà di Filologia dal 1963 al 1968.
I suoi principali ambiti di ricerca furono il romanzo realista francese dell'Ottocento (Balzac, Flaubert, Zola, Stendhal), gli studi comparati, questioni di estetica e le opere di Puškin e Dostoevskij. Scrisse prefazioni e postfazioni per edizioni di Molière, Walter Scott, La Rochefoucauld, Mérimée e George Sand. Curò l'edizione integrale in russo delle opere di quest'ultima e fu tra i curatori delle edizioni russe di Stendhal, Scott e Anatole France.
Bibliografia: V. Kondorskaja, Reizov, Boris Georgievič, in Kratkaja literaturnaja ènciklopedija, a cura di A. Surkov, Moskva, Sovetskaja ènciklopedija, 1971, stb. 237-238; A. Akimenko, K 100-letiju B.G. Reizova, in "Vestnik Sankt-Peterburgskogo universiteta. Istorija", 3 (2003), pp. 151-152; B. Egorov, Vospominanija, Sankt-Peterburg, Nestor-Istorija, 2004, p. 340; SPF ARAN. F. 1081; RGALI. F. 631, op. 39, ed.chr. 4873.
Kristina Landa
Data del paratesto: 1934
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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: La chartreuse de Parme
Data dell'opera originale: 1839
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Stendhal
Profilo autore del testo originale: Stendhal, pseudonimo di Henri-Marie Beyle (Grenoble,1783 - Parigi, 1842), fu uno dei maggiori scrittori francesi dell'Ottocento, precursore del realismo psicologico e del romanzo moderno. Cresciuto in un ambiente borghese e conservatore che detestava, sviluppò presto una forte attrazione per l'Illuminismo, l'arte e la cultura italiana. Rimasto orfano di madre a sette anni, trovò conforto negli studi e nelle letture, che alimentarono la sua vocazione letteraria. Nel 1799 si trasferì a Parigi, dove divenne impiegato del Ministero della Guerra e seguì l'esercito napoleonico in diverse campagne, esperienza che segnò profondamente la sua visione del mondo (antimilitarista, pur nel segno dell'ammirazione per la personalità di Napoleone). Dopo la caduta dell'imperatore visse soprattutto in Italia, tra Milano e altre città della penisola, dove maturò il suo amore per la musica, la pittura e la società italiana. Durante questi anni iniziò anche la carriera di scrittore, usando vari pseudonimi, tra cui quello definitivo di Stendhal. Le sue opere si distinguono per l'analisi lucida dei sentimenti, la tensione tra passione e società e l'osservazione realistica dei comportamenti umani. Il romanzo Il rosso e il nero (1830), racconta l'ascesa e la caduta del giovane Julien Sorel, ritratto dell'ambizione e dell'ipocrisia sociale nella Francia della Restaurazione. La Certosa di Parma (1839) è uno dei romanzi più moderni del suo tempo: romanzo psicologico, vivace, ambientato in un'Italia (ancorché sovente immaginaria), ispirata al clima politico dell'epoca. Tra le altre opere importanti vi sono gli studi sull'arte nei Diari italiani, il trattato Dell'amore, il romanzo Lucien Leuwen (1834).
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Parmskij monastyr'
Collocazione traduzione: Leningrad – GICHL
Nome traduttore: Guber Petr Kostantinovič, Levberg Marija Evgen'eva
Profilo traduttore: Guber Petr Kostantinovič (Poltava, 1886 - Campo di concentramento Kulojlag, Arkhangelsk, 1941.), nacque in Ucraina nella famiglia del tenente generale Konstantin Petrovič Guber, fece ottimi studi e nel 1904 si diplomò al corpo dei cadetti di Poltava; si trasferì poi a Pietroburgo e nel 1909 si laureò prima in Economia e poi in Giurisprudenza (Università di San Pietroburgo, 1914). Iniziò la sua attività letteraria nel 1910, lavorando per la celebre Knižnaja lavka pisatelej; dal 1912 iniziò a pubblicare i suoi lavori. Durante la Prima guerra mondiale fu al fronte sino al 1916, collaboratore della Croce Rossa, poi traduttore militare. Dopo la Rivoluzione di febbraio fu corrispondente militare dell'agenzia telegrafica di Pietrogrado; successivamente, durante la guerra civile, fu sovrintendente dell'ospedale di Pietrogrado. Nel 1921 fu smobilitato e si dedicò esclusivamente alla scrittura (tra le sue opere più celebri: Don-žuanskij spisok Puškina. Glavy iz biografii, 1923; Choždenie na Vostok Marko Polo, 1929) e all'attività di traduzione letteraria (tradusse opere di Stendhal, Voltaire, Anatole France, George Bernard Shaw, Erasmo da Rotterdam). Fu membro del primo Sindacato degli scrittori sin dalla sua fondazione (su raccomandazione di M. Gorkij, e membro dell'Unione degli scrittori sovietici dal giugno 1934. Il 4 marzo 1935 fu arrestato una prima volta come 'elemento socialmente pericoloso' e Condannato a 5 anni di esilio ad Astrachan'. Arrestato nuovamente il 26 agosto 1939 con l'accusa di 'Propaganda antisovietica', fu condannato a 5 anni di reclusione e fu mandato al lager di Kulojlag (vicino ad Archangel'sk), dove morì il 13 aprile 1941. Fu completamente riabilitato l'11 luglio 1961. Fonte: Bol'šaja rossijskaja ėnciklopedija: V 35 tt., 2004-2017, Ju. S. Osipov (gl. red.), Moskva, Nauč. izd. Bol'šaja rossijskaja ėnciklopedija, 2011.
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1935
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
L’opera di Stendhal, (in particolare i suoi due più celebri romanzi ‘sulla Restaurazione’, Il Rosso e il Nero e La Certosa di Parma), è completamente assimilata nel canone sovietico degli anni staliniani, anche se cambiano le motivazioni e le strategie tramite le quali si verifica l’appropriazione culturale del testo e del suo autore nelle diverse fasi. Nella prima metà degli anni Trenta, periodo in cui si configura e poi si cristallizza la dottrina del realismo socialista e della rilettura dei classici in chiave fondativa per la nuova, corretta e globale, letteratura russo-sovietica (unica vera erede del passato genio europeo, ora schiavo della decadenza dell’Occidente capitalista e morente), per i prefatori è spesso importante fissare, certo dove possibile, l”affidabilità’ politica dell’autore (in termini di ‘blagonadežnost” senza scadere nel ‘sociologismo volgare’, si v. D135, D005). Questo può avvenire tramite un approccio, nei paratesti, spesso di tipo biografico-storico; in seconda battuta, si procede a divulgarne le caratteristiche stilistiche più importanti, alla luce della nuova estetica real-socialista. Nel caso di Stendhal, da un lato questo scrittore godeva dell’ammirazione di due pilastri della letteratura, di cui molto si scriveva in quel periodo, Balzac e Puškin; dall’altro, forniva un profilo ‘politico’ facilmente mediabile all’interno delle esigenze del nuovo ordine del giorno. Ad esempio Reizov, nel presentare lo scrittore francese, ne parla sin dalla prima pagina come di un erede degli ideali della Rivoluzione e dell’Illuminismo (su, questo, si veda anche F.A. Berezovskij su Stendhal “erede di Rousseau” in D155). Scriveva Reizov, fissando il contesto storico (la fine degli anni 1830) in cui creava il cinquantaseienne Marie-Henri Beyle: “la Reazione si faceva sempre più violenta, la libertà di stampa e di riunione fu limitata, i clericali rialzarono la testa e la situazione internazionale si complicò. […] lo ‘Stato di diritto’ era costituito da una grande oligarchia finanziaria e sembrava che, dopo il clima liberale del 1830, la Francia stesse tornando ai principi politici dell’epoca della Restaurazione. Stendhal malediceva il ‘più grande imbroglione dei re’ […] e sperava, per le sorti politiche della Francia, in un energico intervento da parte delle classi più indigenti”. Il critico sovietico sottolinea qui, insomma, l’ex entusiasta dell’era napoleonica, ora pessimista osservatore di una realtà così mutata. Al contempo Reizov spende molte delle fitte venti pagine del suo paratesto sulla ricostruzione della tecnica letteraria di Stendhal e sulla nascita di questo romanzo, a partire dalla dettatura, e dall’utilizzo delle fonti ‘italiane’ (un libello inautentico sulla storia della famiglia Farnese – in particolare su tale Alessandro Farnese, possibile modello per il giovane Fabrizio del Dongo), che l’autore lesse durante il suo incarico di console a Civitavecchia); tale analisi è debitrice, anche se solo per un momento, nello studio della struttura del libro e delle sue fonti, a vestigia di approcci formalisti; scrive infatti Rejzov: “la cronaca dell’antica famiglia Farnese fece da base per la creazione dell’intreccio (‘sjužetnaja kanva’) del romanzo: essa ne determinava le sceneggiature (‘scenarii’), assegnava i ruoli, indicava l’itinerario del successivo sviluppo e delle azioni nel romanzo. […] Il principale snodo di trama (sjužetnyj uzel) – l’assassinio a causa di una passione d’amore – la prigione e la fuga rocambolesca, tutto questo fu trasportato dall’antica cronaca italiana ne La certosa di Parma“. Eppure, corregge immediatamente il tiro Reizov in un’analisi di tipo già sociologico e marxista, tale metodo di Stendhal “non era che lo scheletro dell’intreccio; l’antica cronaca italiana definiva infatti solo a grandi linee le relazioni tra i personaggi, la loro funzione puramente esteriore nella trama. Stendhal trasformò questa bozza in romanzo attraverso una profonda interpretazione realistica di carattere filosofico-sociologico e psicologico” (il corsivo è mio, A.C.); conclude il critico: “tutti i personaggi recano l’impronta del loro Paese d’origine, della loro epoca storica e della loro classe sociale”; la motivazione per la stesura dell’opera viene inoltre ritrovata dal prefatore nelle simpatie progressiste dello stesso giovane Stendhal negli anni italiani, tra le sue amicizie tra gli intellettuali ribelli e i carbonari, o, tra il 1814 e il 1821, gli anni della Reazione trascorsi nell’amata Milano tra i circoli liberali, opposti al dispotismo austriaco, o ancora nelle idiosincrasie personali nei confronti di un padre reazionario e oscurantista, tanto da far concludere il prefatore che “nonostante Stendhal avesse affermato che ‘la politica in letteratura assomiglia ad un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto’, questo romanzo è quasi un romanzo politico, tanto vi si respira in ogni pagina un appassionato interesse politico”. L’analisi di Reizov continua poi in termini di approfondimento stilistico (e anche, a tratti, linguistico), ed è in generale molto dotta, indugiando nell’individuazione delle altre diverse fonti di Stendhal, riporta la tesi di roman à clés già teorizzata dal Balzac nei confronti del reale personaggio storico dietro l’inventato Ernesto IV, si dilunga nella spiegazione degli equilibri geo-politici degli stati italiani tra il XVIII e il XIX secolo, e poi, nella celebre corrispondenza letteraria tra Stendhal e Balzac. Un dato importante: rimane inaspettatamente fuori dall’analisi di Reizov tutta la ‘linea napoleonica’, e in particolare il celeberrimo episodio di Fabrizio Del Dongo a Waterloo; questo sarà, invece, al contrario, centrale (prevedibilmente) nella critica del tardo romanzo stendhaliano nei paratesti sovietici di fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta, si veda a questo proposito P120.
Alessandra Carbone