Titolo paratesto [Codice paratesto]:

Buržuaznaja psichologija i vlast’ deneg [P165]

Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":

In questo lungo articolo introduttivo all’edizione Academia di Eugénie Grandet (quasi una monografia), il celebre studioso Vladimir Grib analizza in profondità il tema del denaro nell’opera di Balzac. Dopo aver ampiamento difeso l’opera dello scrittore e lo scrittore stesso dagli strali del ‘sociologismo volgare’ ancora nel 1933-1934 (v. P154, D005, D143), in questo saggio egli può andare più in profondità e analizzare il significato dell’oro e del denaro nella Comédie humaine e in particolare nel romanzo in questione. Lo studioso esordisce naturalmente con una lapidaria valutazione su Balzac critico e ‘razoblačitel’, della borghesia e dell’atteggiamento predatorio, egoistico del capitalismo: “l’egoismo legato al denaro, secondo Balzac, è una forza distruttiva e corruttrice [gubitel’naja, tletvornaja sila], che corrode le fondamenta della società, è la vera causa di tutti i mali della nostra civiltà, e sta portando l’umanità alla rovina”; oltre alla frequenti metafore mortifere, collegate alla ‘borghesia’ e spesso utilizzate nella letteratura critica di questo periodo, troviamo anche quella ‘giudiziaria’ dell’ ‘atto d’accusa’, della ‘sentenza’, anch’essa piuttosto frequente nella critica di epoca staliniana, per cui la Comédie humaine è “un implacabile atto di accusa in più volumi contro la società capitalistica” con il quale Balzac “con incredibile universalità e profondità mette in luce le sue piaghe e le mortali contraddizioni”, come “Dante nel suo Inferno, egli volle dare una rappresentazione universale della società a lui contemporanea, scovando le leggi fondamentali, le forze principali che regolano e comandano la vita della società borghese dall’alto”. E la forza principale di tutto ciò “per Balzac risiede nei soldi”. Il Romanzo Eugénie Grandet: all’interno di quest’opera Grib ritiene innanzitutto che il vero protagonista non sia la mite, buona Eugénie (e, in definitiva, la fabula stessa del romanzo non avrebbe nulla di nuovo: una famiglia borghese – in particolare il padre avido e senza cuore – impedisce ad una buona giovane di ricca famiglia di sposare chi ama, perché sprovvisto di mezzi), ma che sia al contrario centrale la figura di Felix Grandet, autentico protagonista del romanzo. Prima di passare ad un’accurata analisi psicologico-letteraria di costui, Grib però analizza il Grandet-capitalista, collocando zelantemente la provenienza della sua ricchezza all’interno del concreto processo storico francese da cui discende, e fotografando, poi, la situazione attuale del ‘capitalista Grandet’ (“quale tipo di capitalismo descrive Balzac?” Si chiede lo studioso sovietico). Per quanto riguarda il primo punto, Grib individua subito le radici storiche dell’enorme ricchezza del vecchio nella rivoluzione francese borghese, per cui l’uomo nuovo della piccola borghesia, liberatosi dal fardello del feudalesimo gentilizio, può agilmente risparmiare e, “fingendosi un patriota”, accumulare indisturbato negli anni della rivoluzione ricchezze e incarichi nel piccolo paese di provincia in cui vive, diventadone di fatto il nuovo ‘signore’: accumulando cariche rivoluzionarie e amministrative dirotta ricchezze, appalti e risorse economiche, facendo i propri interessi. La ricchezza contemporanea di Grandet (tra il 1816, quando ha inizio il romanzo, e il periodo immediatamente successivo), è, sostiene Grib, di tipo ‘accumulatorio’, basata principalmente su enormi flussi di denaro, di liquidità pura, che si moltiplicano sempre di più grazie all’attività di usuraio del Grandet, da un lato, e su una sua patologica avarizia, dall’altro. Grib chiarisce dunque che questo tipo di capitalismo, mai basato sull’attività produttiva, né tantomeno industriale (la società francese di provincia era ancora indietro rispetto ai progressi tecnico-industriali dell’Inghilterra, ad esempio), ma sull’accumulazione, sulle speculazioni e sullo strozzinaggio [Grib utilizza il sintagma ‘denežnyj-rostovščičestvyj kapital’] fa di Grandet-padre un vero e proprio “signore feudale della moneta”, un tipo assolutamente “arcaico, di vecchio stampo”. Per i suoi metodi di guadagno, per le sue opinioni e per il suo stesso stile di vita, egli è una figura caratteristica non tanto per il capitalismo moderno, quando per la sua preistoria, e non tanto per il capitale industriale, quanto per quello di tipo accumulatorio e da strozzinaggio”; rifacendosi direttamente agli scritti di Marx, Grib riconosce in questo tipo di capitalismo arcaico e patriarcale quello che il teorico chiamava “tesaurizzatore” e lo accomuna infatti, come faceva anche Marx, ad un altro celebre personaggio di Balzac, Gobseck. Grib chiarisce anche come nelle opere di Balzac vi siano essenzialmente due tipi di capitalisti, che mai hanno veramente a che fare con la produzione, l’industria (e, quindi, almeno, con un certo progresso tecnico): si tratta del capitalismo del ‘Sobiratel’ tipico di Grandet e Gobseck, da un lato, e, più avanti nel tempo, dall’altro, quello dei grandi banchieri e finanzieri (speculatori), come Nucingen. Tutti costoro sono in ogni caso dei predatori, e, continua il prefatore sovietico con vivide metafore, non sono che “parassiti sul corpo dell’economia del popolo”. A causa della loro febbre accumulatoria fine a se stessa diventano ardenti “adoratori del feticcio d’oro” e assumono caratteristiche psicologiche vicino alla monomania (soprattutto, in questo caso, il Grandet). Eccezione e romanticismo: a questo punto Grib va più in profondità nella sua analisi e nota come personaggi così estremi del tipo di Grandet, Gobseck, ma anche, per molti versi, Goriot, non sono però “caratteri tipici” della società capitalistica, ma, piuttosto “eccezioni che vivono e agiscono guidati dalla loro monomania”; non sono normali, ma divengono quasi dei “mostri, devastati e trasfigurati dalle loro stesse passioni mortifere”. In questo Grib ravvisa in Balzac importanti tratti afferenti al romanticismo, che però deve giustificare e collocare all’interno della dialettica storico-letteraria, risolta dal prefatore con una metafora da scienziato-biologo: se è vero che la fabula di Eugénie Grandet è, chiarisce Grib, non solo molto semplice, ma assolutamente comune, “tipica” e storicamente motivata, allo stesso modo “ad un’analisi più approfondita, soprattutto di tipo psicologico, essa rivela aspetti molto peculiari e inquietanti”, come una trasparente “goccia d’acqua, che inserita sotto il vetrino di un microscopio apre allo sguardo dello scienziato i mostri più incredibili, allo stesso modo nell’anima di Grandet, ad una dettagliata analisi, possono riscontrarsi le più fantastiche, selvagge rappresentazioni, le più rare e spaventose passioni” (p. XXVI); nota poi Grib che questa dualità di rappresentazione del reale si nota in Balzac in molte sue opere: da un lato si hanno le persone più ordinarie all’interno della società borghese, inserite nelle più ordinarie e tipiche situazioni, ma d’altro lato, “sotto il suo microscopio psicologico, esse si rivelano dei mostri, delle inaudite anomalie”, che, preda delle loro stesse passioni, agiscono “come degli ossessi, come dei lunatici”. Questo porta Grib all’ipotesi dell’importanza del romanticismo (nella rappresentazione dell’anomalo, dello strano, del monomaniaco, alla Hoffmann) che “ha nei suoi romanzi un ruolo non meno importante di quello della rappresentazione del reale e del naturale”. Si chiede dunque a questo punto lo studioso “da dove arrivi al sobrio e realista Balzac questa tendenza ‘romantica’” all’ “irrazionale, alla mania, alla psicosi, persino al delitto?” (il termine ‘romantico’ è pur sempre fra virgolette nel paratesto: sui dibattiti e le problematiche critiche a proposito del romanticismo negli anni Trenta si v. almeno D086, D090, D094, D005, D015). Intanto Grib chiarisce che, citando Tjutčev, i romantici stessi furono i primi che, nel XIX secolo, riuscirono a scorgere che “sotto l’ordine apparente della società e della politica borghese ‘si muove e si agita il caos’ (Tjutčev)” (p. XXIX). Per Grib dunque “Il misticismo romantico e il diabolico, la mistificazione fantastica dei reali rapporti umani contenevano negli scrittori romantici un nucleo razionale molto significativo e reale: la rappresentazione della complessità e contraddittorietà del mondo psicologico che nasce dalla proprietà privata. La scoperta del ‘lato oscuro dell’anima’ dell’uomo capitalista costituisce uno dei principali meriti del romanticismo, uno dei fondamenti principali del suo significato progressista nello sviluppo artistico borghese del XIX secolo”. A suffragio di questa ipotesi il critico riporta il parere di Goethe sul romanzo più ‘fantastico’ di Balzac, la Peau de Chagrin [‘fantastičeskij’ è il termine utilizzato, che niente ha a che vedere, naturalmente con la definizione di ‘fantastico’ che si avrà con Todorov]; qui Goethe “che non amava le fantasticherie tipiche dei romantici, stimava invece molto quest’opera, in cui a suo dire “l’autore utilizza in maniera geniale l’elemento fantastico, trasformandolo in mezzo di rappresentazione puramente realistica di sentimenti, umori e accadimenti”. Grib analizza ancora più a fondo e chiarisce che la problematica della mania e della psicosi era per l’appunto uno dei temi centrali degli scrittori romantici, ma che Balzac “libera tale tema dal suo velo mistico, esaminando invece la mania come conseguenza dell’influenza della società borghese sulla psicologia dell’uomo”; in questo senso, all’interno del sistema monomaniaco, i personaggi di Eugénie Grandet si interfacciano l’uno con l’altro esclusivamente in quanto proprietari di ‘cose’ che loro vogliono o desiderano. Le cose stesse da ‘schiave’ delle persone diventano padrone delle loro anime: la stessa Eugénie diventa una ‘cosa’ all’interno degli interessi egoistici e predatori di Grandet ma anche del sottobosco di avidi personaggi secondari che stanno sempre attorno a lei, valutandone la dote e il ‘valore’; ne Le père Goriot si ha un’ossessione simile: egli non ama le sue figlie in quanto tali, per le loro virtù o per la loro anima, ma, secondo Grib, egli le ama in quanto estensione di se stesso e di tutte le risorse economiche e monetarie da lui prima accumulate e poi spese per renderle perfette, appetibili fidanzate nel ‘mercato delle mogli’ dell’alta società capitalista parigina. Tali manie hanno naturalmente un carattere feticistico, ad esempio Grandet con il suo oro e con il suo denaro si comporta come un padre con il suo bambino “lo tiene in braccio e lo culla come un essere vivo”. Critica liberale-occidentale su Balzac e suoi difetti: tutto questo viene naturalmente notato dalla critica liberale, che per Grib non coglie il carattere di estrema denuncia delle storture capitalistico-borghesi, ma che anzi (in particolare in Brandes e Taine), pur non potendo tacere l’enorme talento realistico di Balzac, volle sempre gettare un’ombra sui suoi meriti letterari, negando che personaggi come Grandet potessero esistere davvero, mentre elevavano a perfezione la maniera “naturalistica e positivistica di riprodurre dettagli, situazioni, cose e dialoghi della vita contemporanea”, in questo “avvicinando Balzac a Zola e a Flaubert”. Al contrario, Grib ritiene che la critica liberale commetta un grande errore non riconoscendo il carattere “iperbolico, metaforico” di questi grandi personaggi di Balzac, che invece nella loro forza denuciatoria sono assolutamente realistici. “il nostro sguardo su Balzac”, chiarisce Grib, è invece ortodosso, “si basa sulla valutazione di Marx ed Engels, e si discosta radicalmente da quello della critica liberale. Noi vediamo e lodiamo nell’opera di Balzac proprio quei lati che al contrario lo discostano da Zola e che lo rendono ancor migliore, come scrisse Engels ‘di tutti i Zola del presente, del passato e del futuro'”; lungi dall’indulgere sul naturalismo, come farà Zola (. V D155, p. 9; sui giudizi sovietici a proposito di Zola si vedano qui le schede a lui dedicate), Balzac vuole “indagare e scovare le reali cause e la reale provenienza di queste anomalie”; se per Zola il suo metodo e il suo stile naturalistico nella rappresentazione delle brutture della vita diventa ad un certo punto “fine a se stesso”, Balzac volle invece dimostrare con la sua opera, per Grib, che “nella realtà borghese non vi è alcun confine tra ‘normale’ e ‘anormale’, e che l’anormale, l’elemento monomaniaco e psicotico, agisce in essa come estensione e condizione, imprescindibile forma del ‘normale'”, come si evince nell’indagine del feticismo del denaro. Eppure vi è un limite in Balzac, per il critico sovietico: pure avendo capito i lati irrazionali e malati della vita borghese, “egli non riuscì a capirne le vere cause”, troppo attaccato al principio, per lui sacro, della proprietà privata, in realtà, per la critica sovietica “vera fonte di tutte le contraddizioni della società capitalistica”; Balzac al contrario, nota Grib, continua a ritenere invece “che la causa di tutto sia l’egoismo umano, da mitigare con i valori del passato”, che avoca ad una aristocrazia idealizzata, nella sua ‘nobiltà d’animo”. In ogni caso, conclude Grib, “i difetti e le virtù di Balzac sono strettamente collegate […] e Balzac è l’unico scrittore del XIX secolo che cercò in ogni caso di innalzarsi al di sopra delle contraddizioni della società borghese (rispetto alla centralità, per la critica sovietica, della ‘visione del mondo’/’mirovozzrenie’, v. anche i giudizi severi di I.Nusinov in D144). Dai suoi tentativi e anche dai suoi fallimenti scaturiscono non solo le sue incredibili conquiste artistiche, ma anche le sue sconfitte, che a tratti lo collocano allo stesso livello di un Eugène Sue” […] “ma in ogni caso”, conclude Grib “ai nostri occhi questo non può in alcun modo far passare in secondo piano la sua reale grandezza”.

Alessandra Carbone

Collocazione paratesto: Evgenija Grande - Academia - Moskva-Leningrad - VII-LVII

Tipologia di paratesto: Introduzione

Autore del paratesto: Grib Vladimir Romanovič

Profilo autore del paratesto: Grib Vladimir Romanovič (Cherson 1908 - Mosca 1940). Studioso, pubblicista, professore universitario, esperto di letteratura francese del XIX secolo. Di provenienza piccolo borghese, dopo aver terminato gli studi presso l'Istituto giuridico di Kiev nel 1929, si trasferì a Mosca , conseguì il dottorato presso l'Università pedagogica statale di Mosca in storia dell'arte, e poi in letteratura, discutendo una tesi sulle opinioni estetiche di Lessing nel 1934. Dal 1936 al 1940 Vladimir Grib insegnò letteratura occidentale europea all'Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca (IFLI); esperto di letteratura francese, nelle sue opere più significative, Grib analizzò i fondamenti socio-ideologici dell'estetica e delle opere artistiche del XVIII-XIX secolo, coniugando l'ideologia marxista con la mediazione culturale e letteraria delle più importanti opere del canone occidentale in ambito sovietico. Un ampio ciclo delle sue opere fu dedicato in particolare allo scrittore Honoré de Balzac, a cui dedicò diversi articoli e saggi (era in preparazione l'antologia di studi Bal'zak ob iskusstve, pubblicata solo dopo la sua morte (avvenuta prematuramente per una malattia), nel 1941. Collaborò molto con la rivista "Literatutnyj kritik", di cui era autore di punta, grazie anche all'amicizia al sodalizio estetico e umano con G. Lukàcs e M. Lifšic. Fonti: Bol'šaja sovetskaja ènciklopedija (M. 2012); Archvio: RGALI, F. 118, ed.chr. 128.

Data del paratesto: 1935

Author image:

Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Eugénie Grandet

Data dell'opera originale: 1833

Paese dell'opera originale: Francia

Nome autore del testo originale: Balzac Honoré de

Profilo autore del testo originale: Honoré de Balzac (nato Honoré Balzac, 1799-1850) occupa una posizione centrale nella storia del romanzo europeo dell'Ottocento, in virtù della vastità, dell'ambizione e della coerenza del progetto narrativo de La Comédie humaine. Nato a Tours in una famiglia della borghesia provinciale, Balzac si formò inizialmente in ambito giuridico, ma abbandonò presto la carriera forense per dedicarsi alla letteratura. Dopo esordi difficili e tentativi fallimentari in vari generi, raggiunse il successo negli anni Trenta dell'Ottocento, imponendosi come uno dei massimi interpreti del realismo moderno. La Comédie humaine, concepita come un ciclo unitario di oltre novanta opere tra romanzi e racconti, mira a rappresentare in modo sistematico la società francese post-rivoluzionaria, analizzandone le dinamiche economiche, sociali e morali. Balzac organizza questo vasto corpus in Studi di costume, Studi filosofici e Studi analitici. Tra le opere principali si ricordano Le Père Goriot (1835), Eugénie Grandet (1833), Illusions perdues (1837-1843) e Splendeurs et misères des courtisanes (1847). Elemento innovativo fondamentale è la ricomparsa dei personaggi da un romanzo all'altro, espediente che rafforza l'illusione di una realtà narrativa coerente e interconnessa. Il realismo balzachiano si distingue per l'attenzione minuziosa ai dettagli materiali - ambienti, abiti, denaro - e per la rappresentazione delle passioni umane, in particolare dell'ambizione e dell'avidità, viste come forze motrici della società moderna. Pur spesso accusato di eccessi descrittivi e di uno stile talvolta diseguale, Balzac esercitò un'influenza duratura sul romanzo europeo, ponendo le basi per lo sviluppo del realismo e del naturalismo. La ricezione delle opere di Balzac in Russia nel XIX secolo fu precoce e significativa. Già negli anni Trenta e Quaranta, le sue opere circolavano in traduzione, spesso parziale o adattata, e venivano lette con grande interesse negli ambienti intellettuali. Critici come Vissarion Belinskij riconobbero in Balzac un osservatore penetrante della società borghese e un modello per la narrativa realista, pur sottolineandone talvolta il pessimismo e l'orientamento conservatore. Balzac fu apprezzato in Russia soprattutto per la sua capacità di svelare i meccanismi sociali e le contraddizioni morali del capitalismo emergente, temi percepiti come rilevanti anche nel contesto russo. Nel tardo XIX e nei primi anni del XX secolo, la fortuna di Balzac continuò a crescere. Scrittori come Turgenev, Dostoevskij (che mosse i primi passi nel mondo letterario traducendo in russo Eugénie Grandet) e Tolstoj, pur sviluppando poetiche autonome, dialogarono implicitamente con il suo modello narrativo, in particolare per quanto riguarda la costruzione dei personaggi e l'analisi della società. Nei primi decenni del Novecento, Balzac venne progressivamente canonizzato in Russia come classico del realismo europeo e già all'indomani dell'Ottobre fu al centro del dibattico critico e storico-lettario: dal 1918 si trovò al centro dei progetti editoriali delle traduzioni di letteratura occidentale (si v. il progetto di M. Gor'kij 'Vsemirnaja literatura' - 'letteratura universale'); forte delle celebri parole di Engels su Balzac (in particolare la lettera a Margaret Harkness del 1888), la giovane critica sovietica lo trasformò in una vera e propria icona della maestria stilistica ('masterstvo') e in un campione del realismo letterario; con alterne posizioni e interpretazioni l'opera di Balzac venne sempree chiamata - per tutti gli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta del XX secolo, a contribuire alla formazione del romanzo russo contemporaneo e alla riflessione critica sul ruolo sociale della letteratura

Categoria autore: Autore

Author image:

Titolo traduzione russa del testo originale: Evgenija Grande

Collocazione traduzione: Moskva-Leningrad – Academia

Nome traduttore: Dostoevskij Fedor Michajlovič

Profilo traduttore: Fëdor Michajlovič Dostoevskij (1821-1881) è come noto uno dei maggiori romanzieri della letteratura mondiale; nato a Mosca in una famiglia della piccola, recente nobiltà, ricevette un'educazione rigorosa e si formò inizialmente come ingegnere militare a San Pietroburgo. Tuttavia, fin dai primi anni manifestò una vocazione letteraria intensa, alimentata da una lettura appassionata dei classici europei, in particolare francesi, soprattutto Balzac. Un episodio significativo della sua giovinezza è infatti la traduzione del romanzo Eugénie Grandet, realizzata nel 1843 e pubblicata a Pietroburgo nel 1844. Questa versione non fu un lavoro marginale, ma costituiì un importante esercizio stilistico: Dostoevskij considerava Balzac un maestro della rappresentazione sociale e psicologica, e Eugénie Grandet lo colpì per la forza con cui mostrava il potere corruttivo del denaro, l'avarizia e la sofferenza morale. La traduzione, piuttosto libera e intensamente espressiva, rivela inoltre alcune caratteristiche della futura prosa dostoevskiana: l'enfasi emotiva, l'attenzione ai conflitti interiori e una tendenza ad accentuare il pathos dei personaggi. Più che una resa letterale, fu un'interpretazione creativa, che adattava Balzac alla sensibilità russa.
Fonti L. Grossman Bal'zak v perevode Dostoevskogo in Evgenija Grande, Academia: Moskva-Leningrad, 1935, pp. LIX-LXXXVI

Curatore dell'edizione della traduzione: N/A

Data dell'edizione della traduzione russa: 1935

Nuova ricerca
  • Paese dell'opera originale