Mirovozzrenie Bal’zaka [P171]
Collocazione paratesto: Čelovečeskaja komedija. Sel'skij vrač - GICHL - Moskva-Leningrad - pp. V-LII
Tipologia di paratesto: Introduzione
Autore del paratesto: Grib Vladimir Romanovič
Profilo autore del paratesto: Grib Vladimir Romanovič (Cherson 1908 - Mosca 1940). Studioso, pubblicista, professore universitario, esperto di letteratura francese del XIX secolo. Di provenienza piccolo borghese, dopo aver terminato gli studi presso l'Istituto giuridico di Kiev nel 1929, si trasferì a Mosca , conseguì il dottorato presso l'Università pedagogica statale di Mosca in storia dell'arte, e poi in letteratura, discutendo una tesi sulle opinioni estetiche di Lessing nel 1934. Dal 1936 al 1940 Vladimir Grib insegnò letteratura occidentale europea all'Istituto di Filosofia, Letteratura e Storia di Mosca (IFLI); esperto di letteratura francese, nelle sue opere più significative, Grib analizzò i fondamenti socio-ideologici dell'estetica e delle opere artistiche del XVIII-XIX secolo, coniugando l'ideologia marxista con la mediazione culturale e letteraria delle più importanti opere del canone occidentale in ambito sovietico. Un ampio ciclo delle sue opere fu dedicato in particolare allo scrittore Honoré de Balzac, a cui dedicò diversi articoli e saggi (era in preparazione l'antologia di studi Bal'zak ob iskusstve, pubblicata solo dopo la sua morte (avvenuta prematuramente per una malattia), nel 1941. Collaborò molto con la rivista "Literatutnyj kritik", di cui era autore di punta, grazie anche all'amicizia al sodalizio estetico e umano con G. Lukàcs e M. Lifšic. Fonti: Bol'šaja sovetskaja ènciklopedija (M. 2012); Archvio: RGALI, F. 118, ed.chr. 128.
Data del paratesto: 1939
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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Le Médecin de campagne
Data dell'opera originale: 1833
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Balzac Honoré de
Profilo autore del testo originale: Honoré de Balzac (nato Honoré Balzac, 1799-1850) occupa una posizione centrale nella storia del romanzo europeo dell'Ottocento, in virtù della vastità, dell'ambizione e della coerenza del progetto narrativo de La Comédie humaine. Nato a Tours in una famiglia della borghesia provinciale, Balzac si formò inizialmente in ambito giuridico, ma abbandonò presto la carriera forense per dedicarsi alla letteratura. Dopo esordi difficili e tentativi fallimentari in vari generi, raggiunse il successo negli anni Trenta dell'Ottocento, imponendosi come uno dei massimi interpreti del realismo moderno. La Comédie humaine, concepita come un ciclo unitario di oltre novanta opere tra romanzi e racconti, mira a rappresentare in modo sistematico la società francese post-rivoluzionaria, analizzandone le dinamiche economiche, sociali e morali. Balzac organizza questo vasto corpus in Studi di costume, Studi filosofici e Studi analitici. Tra le opere principali si ricordano Le Père Goriot (1835), Eugénie Grandet (1833), Illusions perdues (1837-1843) e Splendeurs et misères des courtisanes (1847). Elemento innovativo fondamentale è la ricomparsa dei personaggi da un romanzo all'altro, espediente che rafforza l'illusione di una realtà narrativa coerente e interconnessa. Il realismo balzachiano si distingue per l'attenzione minuziosa ai dettagli materiali - ambienti, abiti, denaro - e per la rappresentazione delle passioni umane, in particolare dell'ambizione e dell'avidità, viste come forze motrici della società moderna. Pur spesso accusato di eccessi descrittivi e di uno stile talvolta diseguale, Balzac esercitò un'influenza duratura sul romanzo europeo, ponendo le basi per lo sviluppo del realismo e del naturalismo. La ricezione delle opere di Balzac in Russia nel XIX secolo fu precoce e significativa. Già negli anni Trenta e Quaranta, le sue opere circolavano in traduzione, spesso parziale o adattata, e venivano lette con grande interesse negli ambienti intellettuali. Critici come Vissarion Belinskij riconobbero in Balzac un osservatore penetrante della società borghese e un modello per la narrativa realista, pur sottolineandone talvolta il pessimismo e l'orientamento conservatore. Balzac fu apprezzato in Russia soprattutto per la sua capacità di svelare i meccanismi sociali e le contraddizioni morali del capitalismo emergente, temi percepiti come rilevanti anche nel contesto russo. Nel tardo XIX e nei primi anni del XX secolo, la fortuna di Balzac continuò a crescere. Scrittori come Turgenev, Dostoevskij (che mosse i primi passi nel mondo letterario traducendo in russo Eugénie Grandet) e Tolstoj, pur sviluppando poetiche autonome, dialogarono implicitamente con il suo modello narrativo, in particolare per quanto riguarda la costruzione dei personaggi e l'analisi della società. Nei primi decenni del Novecento, Balzac venne progressivamente canonizzato in Russia come classico del realismo europeo e già all'indomani dell'Ottobre fu al centro del dibattico critico e storico-lettario: dal 1918 si trovò al centro dei progetti editoriali delle traduzioni di letteratura occidentale (si v. il progetto di M. Gor'kij 'Vsemirnaja literatura' - 'letteratura universale'); forte delle celebri parole di Engels su Balzac (in particolare la lettera a Margaret Harkness del 1888), la giovane critica sovietica lo trasformò in una vera e propria icona della maestria stilistica ('masterstvo') e in un campione del realismo letterario; con alterne posizioni e interpretazioni l'opera di Balzac venne sempree chiamata - per tutti gli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta del XX secolo, a contribuire alla formazione del romanzo russo contemporaneo e alla riflessione critica sul ruolo sociale della letteratura
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Sel'skij vrač
Collocazione traduzione: Moskva-Leningrad – GICHL
Nome traduttore: Aleksandrovskaja A.A.
Profilo traduttore: Aleksandrovskaja A.A., traduttrice dal francese. Non sono disponibili altri dati.
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1939
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
In questo suo articolo sulla ‘Visione del mondo’ di Balzac, collocato in qualità di introduzione alla traduzione de Il medico di campagna, si ha tendenzialmente una conferma della posizione dello studioso sovietico sul tema. Lo studioso si era già ampiamente espresso sull’argomento nel suo lungo saggio del 1935, a cui rimandiamo (v. P165); qui vi si riprendono anche le teorie sul feticismo dell’oro e del denaro nella rappresentazione della monomania di alcuni dei principali personaggi della Comédie humaine (Grandet, Gobseck, Nucingen, Goriot) e il loro ruolo nell’opera di Balzac. In questo articolo è però comunque possibile isolare alcune varianti/slittamenti rispetto al suo saggio precedente, in particolare l’insistere, adesso, sulla postura ‘stoica’ di Balzac, che non si poteva annoverare né tra gli intellettuali liberali, né, davvero, tra i romantici puri (leggi anche – legittimisti): “Balzac è vicino a pensatori come Ricardo e Goethe, Saint-Simon e Fourier. Ciò che li accomuna non è un ‘programma positivo’ comune nelle conclusioni di tipo pratico, che spesso sono anzi molto diverse tra loro, ma un punto di partenza simile e comune nei confronti della civiltà borghese. A differenza dei romantici, i pensatori di orientamento ‘stoico’ ne riconoscono la necessità storica e la considerano un grande passo avanti nel progresso sociale. Allo stesso tempo, però, contrariamente ai pensatori della scuola liberale, non sono affatto inclini a rappresentare il dominio dei rapporti borghesi come una condizione sociale ideale. Essi dimostrano che i successi della civiltà capitalistica sono inevitabilmente accompagnati dal declino di molti aspetti importanti della vita sociale e della cultura, e descrivono in modo veritiero e profondo le caratteristiche barbariche e crudeli del progresso borghese. Anche Balzac appartiene dunque a questa corrente stoica”. A tale visione del mondo Grib aggiunge la capacità artistica, unica e tipica di Balzac, nella rappresentazione del reale intrapresa dallo scrittore con estrema veridicità e con stoico coraggio, anche nel dipingere gli aspetti più deleteri e oscuri della società borghese e delle sue contraddizioni interne, che mai vengono limati o abbelliti, ma, al contrario, resi in tutta la loro meschinità e bruttura. Più avanti il critico chiarisce come in virtù di ciò Balzac non possa essere annoverato non solo tra i liberali (alcuni critici occidentali si arrischiarono a proporre tali erronee letture), ma neanche davvero fra gli autentici monarchici-legittimisti. Scrive Grib: “né il partito liberale né quello aristocratico riuscirono mai a riconoscere pienamente Hegel o Balzac come propri sodali: per la critica aristocratica, le idee di Balzac erano essenzialmente troppo ‘liberali’, e i legittimisti guardavano sempre con sospetto a questo loro sostenitore troppo zelante. Per i critici liberali, al contrario, come Hippolyte Taine o Georg Brandes, Balzac era, al contrario, insufficientemente liberale, lo rimproveravano costantemente e lo criticavano per il suo pessimismo, la sua mancanza di slancio, la sua poca fede nel ‘progresso’; specialmente quest’ultima era per loro un peccato mortale”. Questo, ovviamente, non è casuale, e per il critico sovietico il ragionamento di Balzac, il suo metodo, contraddicevano nettamente le sue conclusioni, il suo sistema: se la sua dottrina conservatrice “era la più potente arma distruttiva nelle mani dei rentier”, al contempo, essendo un artista, “al pari di Hegel, maestro nella dialettica storica, Balzac distrusse completamente la società capitalista, mostrando al contempo l’intrinseca ingiustizia sociale dei ‘bei vecchi tempi’ monarchici”. Nella conclusione non è possibile non notare, nel saggio di Grib, un certo forzato tentativo di far slittare ‘verso sinistra’ le posizioni di Balzac-uomo e pensatore; questo si ha anche più avanti, nella evidenziazione, più che delle sue contraddizioni interne (seppur sempre ‘superate’ dalla mediazione sovietica grazie alla lettera di Engels a M. Harkness), di una qualche, seppur piccola, dose di ‘rivoluzionarietà’ del grande scrittore realista; questa lo allontanerebbe, in definitiva, da una posizione veramente ‘filoaristocratica’ (che invece Engels riconosceva senza troppi problemi); scrive infatti Grib: “i primi a valutare con obiettività l’opera di Balzac furono proprio i fondatori della visione proletaria del mondo, mentre per l’estetica borghese sua contemporanea egli era solo uno dei tanti che in definitiva avevano deluso le aspettative. È noto quanto Marx ed Engels apprezzassero non solo il talento artistico di Balzac, ma anche la sua profonda analisi, la sua critica spietata, la sua incomparabile abilità chirurgica nel mettere a nudo tutte le piaghe della società contemporanea. Vedevano in lui non solo una fonte di piacere artistico, ma anche un ricco tesoro di pensieri e osservazioni profonde, un aiuto prezioso per il loro lavoro teorico. Senza la Comédie humaine, il primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista forse non sarebbe stato così brillante e pieno di vita”. È a questo punto che Grib fa un passo avanti nella sua arringa, sottolineando in qualche modo la portata ‘rivoluzionaria’ del Balzac, in una citazione non dai teorici del comunismo, ma dal romantico Victor Hugo; scrive Grib: “pertanto, mettendo da parte tutto ciò che in Balzac era il risultato dei limiti del suo tempo, lo onoriamo perché, secondo Hugo ‘egli, forse senza rendersene conto e senza volerlo, appartiene alla potente razza dei rivoluzionari […] perché combatté contro tutta la società moderna’”. Questa ulteriore specificazione, un avocare ad un Balzac ‘anche rivoluzionario’ è frutto delle tensioni del ’38-’39: le aspre critiche ai redattori editoriali (è il periodo dei continui strali sia agli intellettuali che lavoravano per le edizioni GICHL, sia alla casa editrice Academia, di lì a breve chiusa definitivamente, v. D070), degli appelli ad una maggiore ortodossia critica (negli attacchi alla rivista “Literaturyj kritik”, tra le altre, v.D072), e all’invocare studi e saggi che “applichino correttamente l’apparato teorico dei lavori di Marx ed Engels all’analisi dei problemi della teoria della letteratura” (ancora D072 e D186).