Šestoj perevod Don-Žuana Bajrona [P195]
Collocazione paratesto: "Literaturnaja gazeta", 56(2371) (19/11) -- p. 4.
Tipologia di paratesto: Recensione
Autore del paratesto: N/A
Profilo autore del paratesto: N/A
Data del paratesto: 1947
Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Don Juan
Data dell'opera originale: 1819–1824
Paese dell'opera originale: Regno Unito
Nome autore del testo originale: Byron George Gordon
Profilo autore del testo originale:
George Noel Gordon Byron (Londra, 1788 - Missolungi, 1824), tra le voci più influenti del romanticismo europeo, esprime nella sua vita e nelle sue opere un'opposizione netta alle strutture sociali e politiche dell'Inghilterra della Restaurazione. Nato lord ma appartenente a un'aristocrazia economicamente impoverita, Byron visse un'infanzia e una giovinezza segnata dalle ristrettezze, contraddizioni che contribuirono ad alimentarne la vena polemica sin dagli anni di studi a Harrow e Cambridge. Queste premesse emergono nella satira English Bards and Scotch Reviewers (1808), in cui Byron denuncia il declino della letteratura britannica come sintomo di un malessere sociale profondo. La sua attività alla Camera dei Lord si distingue per un impegno civile concreto, che culmina nel celebre discorso del 1812 in difesa dei luddisti; si tratta di un atto di dissenso politico che lo isola dal mondo conservatore e che trova una declinazione poetica in An Ode to the Framers of the Frame Bill (1812). Con la pubblicazione di Childe Harold's Pilgrimage (1812-1818) e delle cosiddette 'poesie orientali' -- tra cui The Giaour (1813) e The Corsair (1814) -- Byron definisce l'archetipo dell'eroe ribelle e malinconico, la cui lotta contro le convenzioni riflette l'inquietudine e alle speranze deluse di un'intera generazione.
L'esilio in Europa e l'adesione ai movimenti di liberazione nazionale segnano il passaggio verso una produzione di respiro politico più ampio. Nell'epopea satirica Don Juan (1819-1824), Byron approda a un realismo critico capace di analizzare le ipocrisie del sistema europeo con una lucidità che la successiva critica marxista interpreta come anticipatrice delle grandi narrazioni sociali del XIX secolo. Opere come The Prophecy of Dante (1819) e la satira politica The Age of Bronze (1823) confermano la sua costante attenzione verso i popoli oppressi. Partecipa attivamente ai moti carbonari in Italia e, nel 1823, si reca in Grecia per sostenere l'insurrezione contro il dominio ottomano. Qui investe le proprie energie e finanze per organizzare le milizie greche, fino a morire di febbre a Missolungi nel 1824. Questa fine precoce lo trasforma in un simbolo universale di libertà nazionale.
Nel contesto russo, l'influenza di Byron è vastissima e agisce da catalizzatore per il romanticismo di Puškin e di Lermontov. Durante l'epoca staliniana, questa eredità viene riletta attraverso la lente del materialismo storico, che eleva il bajronizm da fenomeno estetico e individuale a esempio di resistenza politica. I critici sovietici, fra cui Viktor Žirmunskij, riconoscono Byron come nemico della Santa Alleanza e fautore di un radicalismo democratico. Nei paratesti di epoca staliniana, il poeta non viene celebrato solo per le sue doti liriche, ma viene descritto anche come un intellettuale che ha saputo anteporre la causa degli oppressi ai privilegi del proprio rango, diventando un modello di scrittore impegnato perfettamente integrato nel canone culturale socialista.
Ilaria Aletto
Bibliografia: N.J. Diakonova, Bajron v gody izgnanija, Leningrad, Chudožestvennaja literatura, 1974; Ead., V. Vatsuro, "No Great Mind and Generous Heart Could Avoid Byronism": Russia and Byron, in The Reception of Byron in Europe, R. Cardwell (ed.), London, Thoemmes Continuum, 2004, pp. 333-352; V. Friče, Bajron, in Literaturnaja ènciklopedija, tt. 1-11, Moskva, Izd-vo Kom. Akad., 1929-1939, t. 1, 1930, coll. 298-305; M.S. Kurginjan, Bajron, in Kratkaja literaturnaja ènciklopedija, A. A. Surkov (gl. red.), tt. 1-9, Moskva, Sovetskaja ènciklopedija, 1962-1978, t. 1, 1962, coll. 402-409; L.A. Marchand, Lord Byron, in Encyclopedia Britannica, 26 Jan. 2026, https://www.britannica.com/biography/Lord-Byron-poet (consultato il 4.01.2026); The Cambridge Companion to Byron, D. Bone (ed.), Cambridge, Cambridge University Press, 2006; V.M. Žirmunskij, Bajron i Puškin, Leningrad, Nauka, 1978 [1924].
Categoria autore: Autore classico
Author image:
Titolo traduzione russa del testo originale: Don-Žuan
Collocazione traduzione: Moskva – Goslitizdat
Nome traduttore: Šengeli Georgij Arkad’evič
Profilo traduttore:
Georgij Arkad'evič Šengeli (Temrjuk, 1894 - Mosca, 1956), poeta, traduttore, critico e studioso di metrica. Figlio di un avvocato, dopo la morte precoce dei genitori trascorre l'infanzia a Kerč', dove frequenta il ginnasio Aleksandrovskij. Fin dagli anni scolastici collabora con la stampa locale; a partire dal 1909 pubblica articoli, cronache e feuilleton su diversi periodici della Crimea.
Nel 1912 inizia a scrivere poesia e si avvicina allo studio teorico del verso. Nel gennaio 1914 entra in contatto con i protagonisti del futurismo russo (Igor' Severjanin, David Burljuk e Vladimir Majakovskij) in occasione delle tournée pubbliche note come "olimpiadi del futurismo", eventi polemici e performativi volti a diffondere le nuove poetiche. Questa esperienza lascia tracce evidenti nel suo esordio poetico Rozy s kladbišča (Rose dal cimitero, 1914), opera dalla quale prende però presto le distanze. Nello stesso periodo tiene le prime conferenze pubbliche dedicate al simbolismo e al futurismo.
Dopo aver iniziato gli studi di giurisprudenza all'Università di Mosca, si trasferisce all'Università di Charkov, dove si laurea nel 1918. Negli anni della Guerra civile è attivo tra la Crimea e Odessa; nel 1919 ricopre anche l'incarico di "commissario alle arti" a Sebastopoli. Tornato stabilmente a Charkov nel 1921, nel 1922 si trasferisce a Mosca, entrando rapidamente al centro della vita letteraria sovietica.
Negli anni Venti Šengeli si afferma come figura di rilievo sia sul piano poetico sia su quello teorico. È eletto membro effettivo della Gosudarstvennaja akademija chudožestvennych nauk (GAChN) e ricopre la carica di presidente dell'Unione panrussa dei poeti (1925-1927). Parallelamente pubblica importanti lavori di teoria del verso, tra cui Traktat o russkom stiche (Trattato sul verso russo, 1921) e Praktičeskoe stichovedenie (Versificazione pratica, 1923), che contribuiscono in modo significativo allo sviluppo degli studi di metrica russa. La sua produzione poetica di questi anni si allontana progressivamente dalle suggestioni futuriste a favore di un rigoroso controllo formale, come testimonia Rakovina (La conchiglia, 1918; ed. riveduta 1922). Nel 1927 pubblica il pamphlet polemico Majakovskij vo ves' rost (Majakovskij in tutta la sua statura), che documenta il suo conflitto con il poeta futurista.
A partire dalla metà degli anni Trenta riduce drasticamente la pubblicazione di poesia originale e si dedica prevalentemente all'attività editoriale e alla traduzione. Dal 1933 lavora presso il Goslitizdat come redattore della sezione dedicata ai "classici occidentali" e alla letteratura dei popoli dell'URSS, svolgendo un ruolo centrale nell'organizzazione del lavoro traduttivo e offrendo incarichi a numerosi poeti marginalizzati dal sistema editoriale.
Durante l'evacuazione in Asia Centrale (1941-1944) riprende anche la scrittura poetica e lavora intensamente alla traduzione del Don-Žuan (Don Juan) di George Byron, pubblicata nel 1947. Questa versione, frutto di un lavoro pluriennale, rappresenta uno dei momenti più significativi della sua attività di traduttore. Sul piano teorico continua a sviluppare la riflessione sulla tecnica del verso, confluita nelle edizioni ampliate di Technika sticha (Tecnica del verso, 1940; 1960), testo di riferimento per la versificazione russa del Novecento.
Muore a Mosca nel 1956 ed è sepolto nel cimitero di Vagankovo.
Bibliografia: Dž. G. Bajron, Don-Žuan, G. A. Šengeli (per.), Moskva, Goslitizdat, 1947; L. N. Čertkov, Šengeli, in Kratkaja literaturnaja ènciklopedija, A. A. Surkov (gl. red.), tt. 1-9, Moskva, Sovetskaja ènciklopedija, 1962-1978, t. 8, 1975, coll. 689-690; V.È. Molodjakov, Georgij Šengeli. Biografija, Moskva, Vodolej, 2017; G. A. Šengeli, Rakovina, Moskva-Petrograd, Gosizdat, 1922; Id., Traktat o russkom stiche, Moskva-Petrograd, Gosizdat, 1923; Id., Majakovskij vo ves' rost, Moskva, Izdatel'stvo Vserosskijskogo sojuza poètov, 1927; Id., Škola pisatelja. Osnova lit. techniki, Moskva, Izdatel'stvo Vserosskijskogo sojuza poètov, 1930; Id., Izbrannye stichi. 1914-1939, Moskva, Chudožestvennaja literatura, 1939; Id., Technika sticha, Moskva, Chudožestvennaja literatura, 1960.
Ilaria Aletto, Maria Zavyalova
Curatore dell'edizione della traduzione: Šengeli Georgij Arkad’evič
Data dell'edizione della traduzione russa: 1947
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
Šestoj perevod Don-Žuana Bajrona, pubblicato anonimamente sulla “Literaturnaja gazeta” nel novembre 1947, si configura come una recensione editoriale di taglio informativo, redatta in occasione dell’uscita della nuova traduzione di Don Juan curata da Georgij Šengeli. Il testo non sviluppa un’analisi letteraria del poema, ma costruisce una cornice interpretativa compatta e stabilizzante, funzionale alla legittimazione dell’edizione sovietica nel contesto culturale del dopoguerra.
Don Juan è presentato come l’ultima e più vasta opera di Byron per ampiezza e respiro del progetto, e immediatamente collocato entro una prospettiva politico-ideologica definita. Il riferimento al disegno attribuito all’autore — la conclusione della vicenda tra le file del popolo insorto nella Parigi rivoluzionaria — e la citazione secondo cui soltanto una rivoluzione può “purificare la terra dall’inferno” orientano la lettura del poema come opera intrinsecamente progressiva. In tal modo, la complessità ironica e formale del testo byroniano viene ricondotta a un asse interpretativo univoco, che privilegia il contenuto storico-politico rispetto alla problematicità estetica.
Il giudizio negativo attribuito all'”Europa reazionaria”, che avrebbe considerato Don Juan un’opera criminale, rafforza ulteriormente questa costruzione: la ricezione ostile occidentale è evocata come prova indiretta della radicalità del poema, secondo un modello polemico che oppone la cultura borghese al processo storico incarnato dall’arte sovietica (cfr. D211; D215).
Ampio spazio è dedicato alla storia delle traduzioni russe del poema, che l’articolo enumera in modo esplicito. Don Juan risulta essere stato tradotto sei volte: due volte in prosa, da Kanšin e da Sokolovskij, e quattro volte in versi, da Minaev, Kozlov, Kuz’min (la cui versione non fu pubblicata integralmente) e infine da Šengeli. Tra queste, la traduzione di Pavel Kozlov, realizzata circa sessant’anni prima, viene indicata come la più diffusa, ma giudicata in modo netto “estremamente imprecisa”. Il giudizio non è sostenuto da argomentazioni filologiche o stilistiche, ma funziona come passaggio necessario per valorizzare la nuova traduzione, presentata come risultato di un lavoro pluriennale e come risposta finalmente adeguata alla vastità e alla complessità dell’opera.
La valutazione severa delle versioni precedenti e la forte enfasi sull’adeguatezza ideologica e artistica della nuova traduzione si collocano inoltre all’interno di un quadro critico più ampio, che negli anni Trenta aveva definito con precisione i criteri di giudizio della traduzione letteraria. In questa prospettiva, la traduzione non è concepita come operazione neutra o puramente tecnica, ma come pratica capace di rafforzare o, al contrario, di indebolire il contenuto ideologico di un’opera, fino a orientare in modo scorretto il lettore (cfr. D175). La condanna delle traduzioni “imprecise” e l’insistenza sulla lunga e coscienziosa elaborazione del testo byroniano rispondono così all’esigenza di una resa considerata “veritiera” e adeguata all’originale, contrapposta tanto all’empirismo naturalistico quanto al formalismo e all’impressionismo, ritenuti responsabili di una perdita del significato storico e sociale dell’opera (cfr. D175).
La chiusura della recensione insiste sugli elementi materiali dell’edizione — la pubblicazione presso Goslitizdat, la tiratura elevata (55.000 copie) e l’apparato illustrativo — rafforzando l’idea di Don Juan come classico ormai pienamente acquisito alla cultura sovietica e destinato a una diffusione di massa.
Nel suo insieme, il paratesto non problematizza il poema in quanto testo letterario, ma lo stabilizza come classico “utilizzabile”: un’opera canonizzata attraverso una lettura politicamente orientata e una traduzione presentata come definitiva, secondo una dinamica di appropriazione culturale tipica del discorso editoriale sovietico del secondo dopoguerra. In questo senso, la recensione si colloca in continuità con il quadro delineato, ad esempio, dall’editoriale Iskusstvo novogo mira, apparso nello stesso mese sulla “Literaturnaja gazeta” (D211), che attribuisce all’eredità culturale del passato un valore pieno solo nella misura in cui essa risulta funzionale alla costruzione simbolica del presente sovietico.
Ilaria Aletto, Maria Zavyalova