Titolo direttiva [Anno] - [Codice direttiva]:
Sovetskaja literatura na Zapade (di I. Ėrenburg) [1934] - [D145]
Data direttiva: 1934
Titolo e pagina del giornale/rivista con la direttiva: “Literaturnyj kritik”, pp. 156-161
Numero giornale/rivista con la direttiva : Kn. 1
Tipologia della direttiva: Critica
Descrizione sintetica della direttiva:
Il’ja Ėrenburg – scrittore, giornalista, traduttore, figura di rilievo della vita culturale sovietica – riflette sulla ricezione della letteratura sovietica nei paesi occidentali, mettendo in luce la distanza non solo geografica ma soprattutto storica, culturale e psicologica tra il mondo socialista e quello capitalistico. Secondo l’autore, l’URSS non rappresenta soltanto un altro paese, ma un altro tempo, un’altra epoca. Questa differenza di mentalità e valori rende difficile il reciproco riconoscimento tra i due mondi, anche quando condividono alcune mode culturali (come il cinema, il jazz, il modernismo letterario o l’architettura costruttivista).
Ėrenburg osserva che, soprattutto negli anni Venti e Trenta, la letteratura sovietica ha cominciato a circolare in occidente, spesso però più come fonte documentaria sulla nuova società socialista che come fenomeno artistico vero e proprio. I lettori stranieri cercavano nei romanzi sovietici risposte alle proprie curiosità sulla vita sovietica – dalla collettivizzazione al sistema dei kolchoz – piuttosto che esperienze estetiche. Tuttavia, alcuni autori come Babel’, Pasternak, Zoščenko, Oleša o Fadeev hanno ricevuto anche un riconoscimento letterario.
Un punto centrale del saggio di Ėrenburg riguarda la tensione tra contenuto e forma: per gli scrittori sovietici il contenuto rivoluzionario spesso ‘schiaccia’ l’attenzione alla forma, o induce a riciclare modelli ormai inadeguati. Il lettore occidentale, sensibile alla qualità artistica e ancora immerso nel culto dei grandi scrittori del XIX secolo (da Tolstoj a Flaubert), percepisce negativamente l’uso di schemi narrativi superati o ‘di maniera’. Lo scrittore critica anche quei tentativi di alcuni autori sovietici di ‘riscrivere’ un Guerra e pace sovietico, come se bastasse sostituire i personaggi aristocratici con dei kolchoziani per ottenere un grande romanzo moderno. A suo avviso, l’arte non può nascere da schemi preesistenti, ma deve trovare una forma nuova adatta al nuovo contenuto: così come Tolstoj non imitò l’Iliade, anche lo scrittore sovietico deve liberarsi dai “vecchi otri” (p. 159).
La sfida più grande, secondo Ėrenburg, è quella di passare da una letteratura che informa (sulla costruzione del socialismo) a una che rappresenta davvero l’uomo nuovo: non solo prototipi, ma personaggi vivi, complessi, individuali e universali insieme. Solo allora la letteratura sovietica potrà essere apprezzata non per il suo valore ideologico, ma per la sua forza artistica.
Ilaria Aletto