Titolo paratesto [Codice paratesto]:

Avtor “Ognja” i “Jasnosti” [P148]

Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":

Quando già in Europa occidentale imperversa la II Guerra mondiale, Anisimov insiste in questo suo saggio sulla “forza colossale” del libro di Barbusse, che “istilla nel lettore quel cocente odio verso il capitalismo, che la guerra ha moltiplicato e rafforzato”. Tutta l’importanza del libro per Anisimov è in particolare sul ‘personaggio collettivo’ del popolo, del coraggio delle masse e delle classi inferiori che nel romanzo combattevano per il bene collettivo, e che al contempo discutevano e accoglievano “le basi democratiche dell’antimperialismo e del socialismo”. Per il prefatore sovietico, oltre all’odio per il nemico, inteso come forza positiva e dirompente, che può smuovere una attiva avversione contro il sistema capitalista e borghese, è centrale il coraggio eroico del popolo francese che combatte impavido nel “grjaznyj košmar” [incubo sudicio] della guerra di trincea, con tutti i suoi orrori così realisticamente evocati da Barbusse. Lo studioso sovietico sostiene il coraggio militare del popolo francese e afferma con disprezzo, che non vi sia “nulla di più sbagliato che comparare quest’opera alle vaghe esternazioni pacifistiche e a posteriori di un Duhamel o di un Remarque, nelle quali al contrario si legge un cieco orrore, una paura animalesca di fronte alla guerra”; nel libro di Barbusse si evince un “ottimismo coraggioso, virile, forte”, che resiste agli orrori della guerra e “preannuncia l’esplosione rivoluzionaria”, anti-capitalista e anti-imperialista. È evidente dunque che, cambiate le condizioni rispetto al 1920, ma anche rispetto al 1935 (P147), in un momento in cui in Europa di nuovo imperversa la guerra, sia essenziale per il prefatore sovietico, il cui stile particolarmente militante, agitacionnyj, che già conosciamo da altri paratesti simili (si v. ad esempio lo stile di P130 su Razgrom (La débâcle di Zola) vuole sottolineare il ruolo del popolo come portatore di coraggiosa, autenticamente patriottica resistenza militare al nemico (ancora una volta, tra l’altro, proveniente dalla Germania); il paratesto ha dunque lo scopo di promuovere una letteratura ‘di difesa militare’ (in russo ‘oboronnaja literatura’) già ampiamente auspicata nelle direttive del ’38-’39, (es. D076 o D073); anche qui viene lodato il ‘realismo di Barbusse’ (è citata la ricostruzione della stesura del romanzo a partire dai taccuini dello scrittore, che li redasse diligentemente dal 1914 al 1916), e lo stile crudo, che non risparmia i dettagli più orrifici della guerra, dipinta senza estetizzazione. Notiamo come, naturalmente, tanto qui quanto nel paratesto del ’35 (v. P147) non si faccia menzione dell’altra ‘faccia della medaglia’ in relazione dello stile di Barbusse, spesso definito più ‘naturalista’ che realista tout-court, dalla critica francese contemporanea, tanto che l’autore de Le feu veniva sovente soprannominato “Zola delle trincee” o “Zola della guerra”. Un certo naturalismo accentuato e come di maniera del romanzo venne infatti particolarmente notato da alcuni critici occidentali, ad esempio Jean Norton Cru, che sostennero che l’insistere, da parte di Barbusse, su dettagli particolarmente truculenti, fosse poco compatibile con un autentico ‘realismo’ letterario, e ne sottolineavano al contrario l’esagerazione, che rasentava quasi una contemplazione decadente: “Barbusse, plus que personne, a usé et abusé de l’horreur anatomique. Il a mis à la mode cette façon de peindre la guerre, trop peu psychologue et trop peu renseigné sur le poilu pour comprendre que l’enfer des soldats est avant tout un enfer des idées: l’appréhension de l’attaque, le calcul des probabilités de mort, l’angoisse morale (Jean Norton Cru Témoins. Essai d’analyse et de critique des souvenirs de combattants édités en français de 1915 à 1928, Les étincelles: Paris 1929). Anche volendo stemperare qui certe affermazioni dei critici di Barbusse, è pur vero che all’interno della mediazione sovietica, così completamente, agiograficamente appiattita nei confronti dello scrittore “amico della classe operaia” (Stalin, “Pravda” 3 settembre 1935), non era possibile far menzione, neanche lontanamente, di eventuali ‘peccati’ stilistici del Nostro (ad esempio, il già evocato naturalismo, come si evince dalle direttive politico-culturali, ad esempio la D171). Osservazioni stilistiche o critiche puntuali che pure erano state possibili per grandi classici come Émile Zola, o ‘errori’ ideologici come quelli del pur pluricitato e lodato Anatole France, altro grande contemporaneo, non erano ammissibili; del resto, colui che fu uno dei primi biografi dello stesso Stalin (ricordiamo il libro Staline. Un monde nouveau vu à travers un homme, Flammarion: Paris 1935) doveva godere di un curriculum impeccabile per i suoi lettori sovietici.

Collocazione paratesto: Ogon', Jasnost', Pis'ma s fronta - GICHL - Moskva - pp. 3-30

Tipologia di paratesto: Introduzione

Autore del paratesto: Anisimov Ivan Ivanovič

Profilo autore del paratesto: Ivan Ivanovič Anisimov (1899 - 1966) nacque nel 1899 nel villaggio di Glotovka, nel governatorato di Smolensk, in una famiglia di impiegati locali. Nel 1919 fu arruolato nell'Armata Rossa, dove svolse attività politico-culturale e teatrale/didattica. Dopo la smobilitazione riprese a lavorare come semplice insegnante, poi nel 1922, entrò all'Università di Mosca, facoltà di letteratura e arte. Nel 1925 iniziò il dottorato (aspirantura) presso l'Istituto di Letteratura e Lingua della RANION, che concluse nel 1928. In seguito insegnò nei due principali atenei di Mosca, continuando la propria attività di ricerca presso la KomAkademija (l''Accademia Comunista'). Tra il 1933 e il 1938 diresse la cattedra di letteratura presso l'istituzione universitaria Institut krasnoj professury (il celebre 'Professorato rosso') e fu ammesso all'Unione degli scrittori sovietici (1934). Divenuto sempre più influente, passò a dirigere anche il settore di letteratura straniera presso la GICHL, e fu membro della redazione della rivista "Internacional'naja literatura". Durante la guerra fu mobilitato, prestò servizio sui fronti meridionale e transcaucasico, lavorò poi come corrispondente militare del giornale "Izvestija" fino alla fine del conflitto, ricevendo l'Ordine della Guerra Patriottica di II grado. Nel dopoguerra fu vice presidente del Comitato per le Arti del Consiglio dei ministri (1945-1948), docente all'Accademia delle Scienze Sociali del Partito Comunista e redattore capo della rivista "Sovetskaja literatura" (1948-1952). Fedelissimo delle politiche del Cremlino, riuscì a più riprese ad evitare purghe e repressioni (tra i contemporanei, c'è chi lo ricorda nelle proprie memorie come uno dei più aggressivi carrieristi e 'literaturnye gangstery' della sua epoca, v. testimonianza di Ju. Oksman) e nel 1952 ricoprì il prestigioso incarico di direttore dell'Istituto di Letteratura Mondiale "A. M. Gor'kij" (Mosca), in cui sino al 1953 andò violentemente difendendo le posizioni sovietiche contro il "cosmopolitismo". Nel 1960 fu eletto membro corrispondente dell'Accademia delle Scienze dell'URSS e divenne redattore capo della serie "Literaturnoe nasledstvo". Ricevette numerose onorificenze durante tutto il corso della sua vita; nel 1966 gli fu conferito il Premio V. G. Belinskij, e postumo, il Premio di Stato dell'URSS (1978) per la partecipazione alla Biblioteca della letteratura mondiale (Biblioteka mirovoj literatury). Morì a Mosca nel 1966. Bol'šaja sovetskaja ènciklopedija, Mosca (1926-1990).

Data del paratesto: 1940

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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Le feu, Clarté, Lettres à sa femme (1914-1917)

Data dell'opera originale: 1914-1919

Paese dell'opera originale: Francia

Nome autore del testo originale: Barbusse Henri

Profilo autore del testo originale: Henri Barbusse (1873-1935) scrittore, giornalista e militante politico. La sua traiettoria biografica e intellettuale è segnata in modo particolare dall'esperienza della Prima guerra mondiale e, successivamente, dall'adesione convinta al comunismo e dal rapporto privilegiato con l'Unione Sovietica. Dopo un esordio letterario di matrice simbolista, Barbusse raggiunse la fama internazionale con Le Feu (1916), romanzo ispirato alla sua esperienza diretta al fronte, che offrì una rappresentazione cruda e disincantata della guerra. L'opera, premiata con il Goncourt, segnò una svolta nella sua produzione e lo consacrò come voce autorevole del pacifismo europeo. Nel dopoguerra, tuttavia, il pacifismo di Barbusse si saldò progressivamente a un impegno politico radicale, che lo condusse a guardare alla Rivoluzione d'Ottobre come a un modello di rinnovamento storico e morale. A partire dagli anni Venti, Barbusse intrattenne rapporti sempre più stretti con la Russia sovietica, che visitò più volte. Egli vide nell'URSS la realizzazione concreta di un progetto di emancipazione sociale e culturale, assumendo un ruolo di mediatore tra l'intellettualità occidentale e il mondo sovietico. Partecipò attivamente a organismi internazionali filocomunisti e fu tra i fondatori dell'Associazione Internazionale degli Scrittori Rivoluzionari, contribuendo alla diffusione di una cultura letteraria orientata all'impegno politico. Il rapporto con Stalin costituisce uno degli aspetti più controversi della sua biografia. Barbusse fu tra gli intellettuali occidentali che sostennero apertamente la leadership staliniana, interpretata come garante della stabilità e della continuità rivoluzionaria. Nel 1935 pubblicò una biografia apologetica di Stalin (Staline. Un monde nouveau vu à travers un homme, Flammarion: Paris 1935), nella quale il leader sovietico veniva rappresentato come figura eroica e guida illuminata del socialismo mondiale. Questa posizione, che gli attirò critiche già tra i contemporanei, testimonia il grado di identificazione ideologica di Barbusse con l'URSS. La morte a Mosca nell'agosto 1935 (pare per una complicazione polmonare) suggellò simbolicamente il suo legame con la Russia sovietica.

Categoria autore: Autore

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Titolo traduzione russa del testo originale: Ogon', Jasnost', Pis'ma s fronta

Collocazione traduzione: Moskva – GICHL

Nome traduttore: Parnach Valentin Jakovlevič

Profilo traduttore: Parnach Valentin Jakovlevič (anche Parnok; Taganrog 1891 - 1951) musicista, coreografo, poeta, traduttore, fratello di Sofija Parnok; studiò a San Pietroburgo negli anni dieci (Letterature straniere, romanistica) e nel 1916 emigrò a Parigi, dove visse sei anni. Fu uno dei primi musicisti e compositori jazz russi, conobbe molti artisti del tempo, come Picabia e Picasso, che disegnò un suo ritratto; nel 1922 tornò in Russia, dove fondò un'orchestra Jazz che negli anni della NEP ebbe un certo successo, collaborò con Mejerchol'd e con S. Èjzenštejn; fu amico di O. Mandel'štam di M. Cvetaeva; nel '25 emigrò nuovamente in Occidente (fu vietata una sua traduzione di opere di Gerard de Nerval); tornò definitivamente in URSS solo nel 1931, si stabilì a Mosca e lavorò come traduttore letterario nella sezione di stranieristica del 'Sojuz pisatelej' (principalmente di opere di letteratura spagnola e francese); nel secondo dopoguerra gli fu impedito di continuare a tradurre o pubblicare, morì in solitudine a Mosca nel 1951.
Fonte: https://imwerden.de/author-20886

Curatore dell'edizione della traduzione: N/A

Data dell'edizione della traduzione russa: 1940

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