Krasnoe i černoe Stendalja [P121]
Collocazione paratesto: Stendal'. Sobranie sočinenij. T. I - GICHL - Leningrad - pp. 5-36
Tipologia di paratesto: Introduzione
Autore del paratesto: Reizov Boris Georgievič
Profilo autore del paratesto:
Reizov Boris Georgievič (Nachičevan'-na-Donu, 1902 - Leningrado, 1981). Storico delle letterature occidentali, specializzato nei secoli XVIII e XIX, traduttore; membro dell'Accademia delle Scienze dell'URSS dal 1970.
Si laureò nel 1926 presso l'Università del Nord Caucaso a Rostov sul Don e conseguì il dottorato di ricerca presso l'Istituto di Cultura del Discorso a Leningrado. Fu ricercatore senior presso l'Istituto di Letteratura Russa dell'Accademia delle Scienze dell'URSS. Dal 1935 insegnò all'Università Statale di Leningrado, dove nel 1940 divenne professore ordinario; fu a capo del Dipartimento di Letterature Straniere e preside della Facoltà di Filologia dal 1963 al 1968.
I suoi principali ambiti di ricerca furono il romanzo realista francese dell'Ottocento (Balzac, Flaubert, Zola, Stendhal), gli studi comparati, questioni di estetica e le opere di Puškin e Dostoevskij. Scrisse prefazioni e postfazioni per edizioni di Molière, Walter Scott, La Rochefoucauld, Mérimée e George Sand. Curò l'edizione integrale in russo delle opere di quest'ultima e fu tra i curatori delle edizioni russe di Stendhal, Scott e Anatole France.
Bibliografia: V. Kondorskaja, Reizov, Boris Georgievič, in Kratkaja literaturnaja ènciklopedija, a cura di A. Surkov, Moskva, Sovetskaja ènciklopedija, 1971, stb. 237-238; A. Akimenko, K 100-letiju B.G. Reizova, in "Vestnik Sankt-Peterburgskogo universiteta. Istorija", 3 (2003), pp. 151-152; B. Egorov, Vospominanija, Sankt-Peterburg, Nestor-Istorija, 2004, p. 340; SPF ARAN. F. 1081; RGALI. F. 631, op. 39, ed.chr. 4873.
Kristina Landa
Data del paratesto: 1937
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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Le rouge et le noir
Data dell'opera originale: 1830
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Stendhal
Profilo autore del testo originale: Stendhal, pseudonimo di Henri-Marie Beyle (Grenoble,1783 - Parigi, 1842), fu uno dei maggiori scrittori francesi dell'Ottocento, precursore del realismo psicologico e del romanzo moderno. Cresciuto in un ambiente borghese e conservatore che detestava, sviluppò presto una forte attrazione per l'Illuminismo, l'arte e la cultura italiana. Rimasto orfano di madre a sette anni, trovò conforto negli studi e nelle letture, che alimentarono la sua vocazione letteraria. Nel 1799 si trasferì a Parigi, dove divenne impiegato del Ministero della Guerra e seguì l'esercito napoleonico in diverse campagne, esperienza che segnò profondamente la sua visione del mondo (antimilitarista, pur nel segno dell'ammirazione per la personalità di Napoleone). Dopo la caduta dell'imperatore visse soprattutto in Italia, tra Milano e altre città della penisola, dove maturò il suo amore per la musica, la pittura e la società italiana. Durante questi anni iniziò anche la carriera di scrittore, usando vari pseudonimi, tra cui quello definitivo di Stendhal. Le sue opere si distinguono per l'analisi lucida dei sentimenti, la tensione tra passione e società e l'osservazione realistica dei comportamenti umani. Il romanzo Il rosso e il nero (1830), racconta l'ascesa e la caduta del giovane Julien Sorel, ritratto dell'ambizione e dell'ipocrisia sociale nella Francia della Restaurazione. La Certosa di Parma (1839) è uno dei romanzi più moderni del suo tempo: romanzo psicologico, vivace, ambientato in un'Italia (ancorché sovente immaginaria), ispirata al clima politico dell'epoca. Tra le altre opere importanti vi sono gli studi sull'arte nei Diari italiani, il trattato Dell'amore, il romanzo Lucien Leuwen (1834).
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Krasnoe i černoe
Collocazione traduzione: Leningrad – GICHL
Nome traduttore: Smirnov Aleksandr Aleksandrovič
Profilo traduttore:
Aleksandr Aleksandrovič Smirnov (1883-1962), filologo, critico letterario e traduttore sovietico di primaria importanza, la cui attività scientifica segna profondamente lo sviluppo della celtologia e della medievistica in Russia. Formatosi presso l'Università di San Pietroburgo sotto la guida di Aleksandr Veselovskij, Smirnov eredita i metodi della comparatistica classica, che integra successivamente con le prospettive storiche e sociologiche della critica novecentesca. Il suo profilo scientifico si delinea durante il soggiorno europeo tra il 1911 e il 1914, periodo in cui collabora attivamente con la "Revue Celtique" a Parigi e si specializza nello studio delle lingue gaeliche, diventando di fatto il primo celtista professionista del suo paese. L'apporto di Smirnov alla cultura russa è duplice e si fonda su un rigore metodologico costante. Da un lato, introduce sistematicamente il patrimonio epico irlandese attraverso la traduzione e il commento delle Irlandskie sagi (Saghe Irlandesi, 1929), opera che costituisce tuttora un punto di riferimento per la filologia germanica e celtica. Dall'altro, si afferma come uno dei massimi esegeti del Rinascimento europeo, con particolare attenzione all'opera di Shakespeare, Cervantes e Molière. La sua interpretazione di Shakespeare, esposta nella monografia del 1934, analizza la produzione del drammaturgo come espressione delle tensioni strutturali nel passaggio dal sistema feudale a quello borghese-capitalistico, offrendo una lettura che coniuga l'analisi testuale con la storia delle classi sociali. Oltre alla ricerca accademica, Smirnov svolge un ruolo fondamentale nella traduttologia e nell'organizzazione della cultura. In qualità di curatore e direttore editoriale, supervisiona edizioni critiche monumentali dei classici occidentali, tra cui le opere di Rabelais e Montaigne, imponendo standard di fedeltà filologica e ricchezza esegetica che elevano la qualità delle pubblicazioni scientifiche sovietiche. La sua lunga carriera d'insegnamento presso l'Università di Leningrado, interrotta solo dalle drammatiche vicende dell'assedio durante la Seconda Guerra Mondiale, gli permette di formare generazioni di studiosi, trasmettendo una visione della letteratura come sistema dinamico e storicamente determinato. Accanto all'impegno filologico, Smirnov coltiva una rilevante attività nel campo degli scacchi, disciplina in cui si distingue a livello internazionale e su cui pubblica contributi teorici che riflettono la medesima attitudine analitica applicata ai testi letterari.
Ilaria Aletto
Bibliografia: B.S. Kaganovič, A.A. Smirnov i pasternakovskie perevody Šekspira, "Voprosy literatury", 2013, n. 2, pp. 20-71; A.A. Smirnov, Irlandskie sagi, Leningrad, Academia, 1929 (II ed. riveduta 1933); A.A. Smirnov, Tvorčestvo Šekspira, Leningrad, Izd-vo BDT im. Gor'kogo, 1934; A.A. Smirnov, Šekspir, Leningrad-Moskva, Iskusstvo, 1963; Z.I. Plavskij, Smirnov Aleksandr Aleksandrovič, in Kratkaja literaturnaja ènciklopedija, tt. 1-9, A.A. Surkov (gl. red.), Moskva, Sovetskaja ènciklopedija, 1962-1978, t. 6, 1971, col. 975; M.P. Alekseev, Smirnov Aleksandr Aleksandrovič, in Bol'šaja sovetskaja ènciklopedija, tt. 1-30, A.M. Prochorov (gl. red.), Moskva, Sovetskaja ènciklopedija, 1969-1978, t. 23, 1976, p. 614. V.M. Žirmunskij, Pamjati A.A. Smirnova, "Izvestija AN SSSR. Otdelenie literatury i jazyka", 1963, t. 22, v. 1; Spisok osnovnyh naučnyh trudov A.A. Smirnova, sost. Z.I. Plavskin, ivi, pp. 82-85.
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1937
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
Il rosso e il nero è uno dei romanzi più celebri e amati della letteratura francese, da tempo entrato nella tradizione letteraria russa (in calce al suo articolo Reizov ne ricostruisce brevemente le diverse traduzioni, la prima, pubblicata a puntate su “Otečestvennye zapiski”, è del 1874, e prima, naturalmente, l’élite russa lo leggeva direttamente in francese); per lo studioso sovietico, che scrive nel 1936-37 questo suo articolo introduttivo, si tratta di un “romanzo profondamente politico”: anche in tutti i lunghi anni milanesi dal 1814 al 1821, quando Stendhal viveva a Milano, distratto tra i piaceri dei caffè e le serate alla Scala, innamorato di Matilde Viscontini, scrive il prefatore, “egli era costantemente preoccupato dei destini della sua patria lontana: né la pittura, né la musica potevano spegnere nella sua anima le angoscianti notizie sul ‘terrore bianco’ che si andavano diffondendo per tutta la Francia”. Reizov è particolarmente sensibile in queste prime pagine all’atmosfera repressiva, persino spaventosa, della reazione europea in quegli anni: la Francia della Restaurazione, la Lombardia tornata in mano agli austriaci sono dipinte dallo studioso sovietico come luoghi di terribile oppressione, silenzi, denunce anonime, in cui spadroneggia la polizia segreta, e risalta, di contro, l’audacia civile di Stendhal, scrive infatti Reizov: “le lettere di Stendhal sono estremamente politiche, nonostante il serio pericolo nell’affrontare questi temi apertamente, per iscritto, nel bel mezzo di un sistema di spionaggio [špionaž] e di “černye kabinety”, con agenti segreto che “zelantemente perlustravano ogni lettera, ogni corrispondenza privata. […]”; in cui l’ opposizione, per quanto infiammata, era presto repressa: “a Parigi l’interesse per la politica pervadeva ogni ambiente, ogni giorno nuove azioni del governo suscitavano l’indignazione dei liberali […] ma imperversavano le repressioni giudiziare contro giornali e riviste, le provocazioni della polizia erano al culmine, così come i complotti militari, le fucilazioni dei complottisti e la rimozione dei ministri”. Nell’illustrare questo clima di ‘terrore bianco’ (che assomiglia molto anche alla Mosca contemporanea del terrore staliniano, dove imperversavano gli arresti, le purghe e le ‘černye voronki’), Reizov intende caratterizzare il contesto socio-politico in cui agisce e riflette Henri Beyle-Stendhal maturo, e in cui viene concepito, all’inizio stesso degli anni Trenta del XIX secolo, Il rosso e il nero. Per questo secondo Reizov si ha nel romanzo la puntuale descrizione della reazione borbonica, una reazione antiborghese, antirivoluzionaria, antiliberale, per cui Parigi “era in mano ai terribili Gesuiti, e agli ipocriti, sanguinari Borbone, in un regno di inaudita ingiustizia, di follia e di pedante e vile malanimo”; una volta fissato, per il lettore sovietico, tale ortodosso contesto storico, Reizov passa poi all’analisi di quello letterario, privilegiando naturalmente le posizioni – anche queste tramandate in forma didascalica – di Stendhal partigiano di un romanticismo ‘progressista’ in opposizione al classicismo; scrive infatti Reizov che S. era “dalla parte del romanticismo contro il classicismo pedante già dal 1817 – e poi con i suoi scritti Racine e Shakespeare”. Riflettendo inoltre sul genere del romanzo storico, che all’alba degli anni ’30 è già ‘superato’, “Stendhal è consapevole che non può più scrivere ‘alla Walter Scott'”, ed è spinto a concentrarsi dunque sul “realismo di provincia”, trasformando in ‘romanzo storico’ i costumi della contemporaneità”; scrive infatti Reizov: “il romanzo contemporaneo era in quel tempo un romanzo storico” [sovremennyj roman byl v to vremja roman istoriceskim], soprattutto se concentrato sui dettagli sociali, politici, sociologici della vita di provincia, che l’autore riusciva a restituire con “enormi doti di realismo politico e psicologico nei suoi personaggi: ne Il rosso e il nero lo sfondo politico-sociale, la biografia del protagonista stesso sono profondamente legate agli accadimenti storici, e i personaggi condensano in sé intere classi sociali” nella rappresentazione “della lotta di due forze sociali, l’avvicendarsi di due periodi storici”. Terminata la riflessione politica (D081, ma anche, sempre attuale, D155), Reizov può dedicarsi ad altri due momenti di analisi: la prima è una raffinata e dotta ricostruzione filologica delle fonti del romanzo (il caso giudiziario nella ‘Gazette des Tribuneaux’ del 1827, l’omicidio perpetrato dal giovane seminarista Antoine Berthet che ispirò la dinamica del romanzo); in seguito il critico imbastisce un confronto tipologico, in un’analisi quasi formale, tra gli eventi della cronaca e il materiale del romanzo. Poco più avanti si ha una riflessione di Reizov sull’elemento personale, autobiografico, all’interno de Il rosso e il nero (cita qui un lavoro recente del 1934, di Luigi Foscolo Benedetto, Indiscrétions sur Julia. Études stendhaliennes, Le divan: Paris, sulla storia fra Henri Beyle e Giulia Rinieri). Dopo questo breve scarto critico sulle fonti del romanzo Reizov torna a disamine di tipo più ortodosso, e affronta il problema forse più complesso, nel romanzo: l’analisi del personaggio stesso, Julien Sorel, e la questione – centrale per la letteratura e per la critica del realismo socialista, dell”eroe positivo’; si chiede dunque Reizov, apertamente nel suo articolo: “dovremmo forse rispondere alla domanda da manuale scolastico, se Julien Sorel è un eroe positivo o un eroe negativo?”. Reizov ne esce prima di tutto riconoscendo la complessità psicologica e tipologica di questo celebre eroe stendhaliano; in secondo luogo, si arrischia a delegittimare in qualche modo quella stessa questione, tanto da relegarla, nel tono della domanda retorica, a una semplicistica metodologia pedante e didascalica, “da manuale di scuola” (sic.!) – diremo en passant che tale snobistica postura del prefatore non è da dare per scontata: altri suoi colleghi, suoi pari, e in sedi analoghe, si rivelano infatti ben più didascalici e zelanti, e si pongono la questione con la massima serietà, v. Elizarova); qui però è necessario un ulteriore sforzo retorico ed ermeneutico perché non è concepibile, Reizov lo capisce bene, relegare Sorel addirittura al ruolo di eventuale ‘eroe negativo’: il protagonista va difeso, dopo tutto. La strategia di mediazione parte, nuovamente, dalla puntualizzazione del contesto storico-sociologico: Julien, ci ricorda Reizov, è il protagonista di una “cronaca del XIX secolo”, come sottotitola Stendhal stesso: egli è il tipo ben riconoscibile di quella ‘gioventù perduta’, dopo la sconfitta napoleonica, e preda della Reazione, per la quale, specie se di umile nascita, erano precluse le facili carriere (quella militare, ai tempi di Napoleone, soprattutto, era ormai lontana nel passato); essi possono eccellere adesso solo nelle arti gesuitiche dell’ipocrisia da salotto e da seminario (lo “carstvo licemerija” di cui parla Reizov, o anche “prežde vojna – teper’ licemerie’: “prima vi era la guerra, ora solo l’ipocrisia”). Julien Sorel è prima di tutto un “eroe del suo secolo” (il prefatore rimanda qui al titolo dei romanzi di Musset e di Lermontov), ed è, sì, uno spregiudicato ipocrita, divorato dalla sete di successo e di carriera, “solo perché questo voleva l’esigenza storica per i giovani di provincia e senza mezzi, in quei particolari anni”; la propria consapevolezza, nell’esercitare le arti dell’ipocrisia, della manipolazione, della persuasione, ne fanno in realtà un “autentico rivoluzionario”, scrive Reizov: se Sorel si arruola “nell’armata nera” (“černaja armija” – il nero era il colore dell’abito ecclesiastico), lo fa perché “è lo stato francese reazionario che è colpevole. […] il romanzo “è pieno di una segreta ammirazione di Sorel per la Rivoluzione francese, ed egli è per Stendhal l’incarnazione stessa della psicologia rivoluzionaria, per cui anche se le sue azioni e i suoi pensieri lo discostano dai carbonari o da simili società segrete attive in politica […] egli è in realtà un rivoluzionario in potenza”, ed è “fatto dello stesso materiale di un Danton o di un Napoleone”; per Reizov è dunque, centrale nel romanzo, “l’opposizione degli uomini del ’94 rispetto alle marionette aristocratiche dei salotti della Restaurazione”. Sotto questa luce il materialismo, l’utilitarismo, l’egoismo stesso di Julien (tutte, certo, qualità negative) sono da vedersi come un segnale di dinamismo positivo, di desiderio di rivalsa contro un’aristocrazia stagnante e ostile: “si aspira al piacere al fine di evitare le sofferenze”. Per Reizov, inoltre, Julien non è un libertino – in questo si inalbera, addirittura – e che non si corra il rischio di accostare la profondità del Julien Sorel di Stendhal “al triste libertino e aristocratico Valmont” delle Liaisons dangereuses di Laclos: qui Reizov si oppone con tutte le sue forze a tale paragone, e scrive, perentorio: “paragonare Valmont a Julien Sorel vuol dire non aver capito niente di Stendhal” – (di tali analisi era pure bene edotto, dalle fonti critiche occidentali, che evidentemente aveva letto, e che “volevano vedere in tutti i modi in Julien un tipo negativo, del seduttore freddo, calcolatore e carrierista”). Reizov intende invece concedere a Sorel un primato filosofico, egli è, lo sottolinea, erede piuttosto della filosofia di Helvétius e al contempo del lirismo civile di Byron (“Bairon – naš”: “Byron è uno di noi”, si scriveva in URSS, a proposito, nel ’37, in occasione delle celebrazioni dei 150 anni dalla nascita del poeta) e dunque facilmente assimilabile (D064); inoltre Julien vuole “non solo il proprio piacere, ma lo vuole anche per tutti gli altri” della sua classe e della sua posizione: piuttosto che le volgari tecniche di seduzione sono da rilevare, nel protagonista, l’ironia delle sue riflessioni sociali, l’afflato lirico e la definitiva ‘perdita delle illusioni’ dell’eroe, che vive, sostiene il prefatore, “la sua propria e personale educazione sentimentale”. Ultimo aspetto dell’analisi di Reizov è dedicato alla lingua del romanzo: essa, sostiene lo studioso, è prima di tutto chiara, nel rispetto della regola programmatica autoimposta da Stendhal stesso (che Reizov cita): “io voglio narrare in maniera chiara e veritiera”, in questo si noti un ulteriore ponte con i dibattiti stilistico-critici di quegli anni in URSS, proprio sulle esigenze linguistiche della letteratura russa contemporanea, semplice chiara, accessibile al popolo (D035, D128).
Alessandra Carbone