Literaturnyj kommentarii [P163]
Collocazione paratesto: Utračennye illjuzii - Academia - Moskva-Leningrad - pp. 847-855
Tipologia di paratesto: Postfazione
Autore del paratesto: Grifcov Boris Aleksandrovič
Profilo autore del paratesto: Grifcov Boris Aleksandrovič (1885, Vasil'ki - 1950, Mosca). Storico di letteratura, critico letterario, storico dell'arte, traduttore. Si laureò presso il Dipartimento di Filosofia della Facoltà di Storia e Filologia dell'Università di Mosca nel 1909, proseguì gli studi in Germania e in Francia, quindi studiò l'arte e la cultura in Italia tra il 1910 e il 1914. Tra il 1907 e il 1910 tenne i corsi di Letteratura in una scuola per gli operai. Iniziò a pubblicare articoli sui periodici nel 1906, saggi lirici nel 1907, sostenendo il valore dell'arte individualista, antiutilitarista e irrazionale. Nel 1911 uscì il suo saggio dedicato ai filosofi russi Vasilij Rozanov, Dmitrij Merežkovskij e Lev Šestov, intriso di spirito antipositivista e di forti influenze simboliste. Nel 1918 Grifcov fu uno dei fondatori e docenti dell'Istituto di cultura italiana a Mosca. Nel 1923 pubblicò una monografia dedicata all'arte greca, nel 1927 un libro sulla teoria del romanzo (storia del genere letterario). Ai tempi sovietici veniva considerato uno degli studiosi più autorevoli delle opere di Honoré de Balzac. Lavorò come professore dell'Università Pedagogica Statale di Mosca, dell'Università Statale di Tver' e fu tra i fondatori dell'Università Linguistica Statale di Mosca. Tradusse in russo Giorgio Vasari, Romain Rolland, Honoré de Balzac, Marcel Proust, Gustave Flaubert; curò il grande dizionario russo-italiano del 1934 e pubblicò una monografia sul metodo artistico di Balzac nel 1937. Bibliografia: A. Lavrov, Grifcov Boris Aleksandrovič, in Russkie pisateli 1800 - 1917. Biografičeskij slovar', a cura di P. Nikolaev, Moskva, Bol'šaja Rossijskaja ènciklopedija; Fianit, 1992, t. 2, pp. 45-46; M. Grifcova, Iz vospominanij ob Institute ital'janskoj kul'tury v Moskve, in Dantovskie čtenija 1979, Moskva, AN SSSR, 1979, pp. 260-266; RGALI. F. 2171; IMLI. F. 419; RGB. F. 218, k. 1353, d. 6.
Data del paratesto: 1937
Direttive paratesto:
Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Illusions perdues
Data dell'opera originale: 1837-1843
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Balzac Honoré de
Profilo autore del testo originale: Honoré de Balzac (nato Honoré Balzac, 1799-1850) occupa una posizione centrale nella storia del romanzo europeo dell'Ottocento, in virtù della vastità, dell'ambizione e della coerenza del progetto narrativo de La Comédie humaine. Nato a Tours in una famiglia della borghesia provinciale, Balzac si formò inizialmente in ambito giuridico, ma abbandonò presto la carriera forense per dedicarsi alla letteratura. Dopo esordi difficili e tentativi fallimentari in vari generi, raggiunse il successo negli anni Trenta dell'Ottocento, imponendosi come uno dei massimi interpreti del realismo moderno. La Comédie humaine, concepita come un ciclo unitario di oltre novanta opere tra romanzi e racconti, mira a rappresentare in modo sistematico la società francese post-rivoluzionaria, analizzandone le dinamiche economiche, sociali e morali. Balzac organizza questo vasto corpus in Studi di costume, Studi filosofici e Studi analitici. Tra le opere principali si ricordano Le Père Goriot (1835), Eugénie Grandet (1833), Illusions perdues (1837-1843) e Splendeurs et misères des courtisanes (1847). Elemento innovativo fondamentale è la ricomparsa dei personaggi da un romanzo all'altro, espediente che rafforza l'illusione di una realtà narrativa coerente e interconnessa. Il realismo balzachiano si distingue per l'attenzione minuziosa ai dettagli materiali - ambienti, abiti, denaro - e per la rappresentazione delle passioni umane, in particolare dell'ambizione e dell'avidità, viste come forze motrici della società moderna. Pur spesso accusato di eccessi descrittivi e di uno stile talvolta diseguale, Balzac esercitò un'influenza duratura sul romanzo europeo, ponendo le basi per lo sviluppo del realismo e del naturalismo. La ricezione delle opere di Balzac in Russia nel XIX secolo fu precoce e significativa. Già negli anni Trenta e Quaranta, le sue opere circolavano in traduzione, spesso parziale o adattata, e venivano lette con grande interesse negli ambienti intellettuali. Critici come Vissarion Belinskij riconobbero in Balzac un osservatore penetrante della società borghese e un modello per la narrativa realista, pur sottolineandone talvolta il pessimismo e l'orientamento conservatore. Balzac fu apprezzato in Russia soprattutto per la sua capacità di svelare i meccanismi sociali e le contraddizioni morali del capitalismo emergente, temi percepiti come rilevanti anche nel contesto russo. Nel tardo XIX e nei primi anni del XX secolo, la fortuna di Balzac continuò a crescere. Scrittori come Turgenev, Dostoevskij (che mosse i primi passi nel mondo letterario traducendo in russo Eugénie Grandet) e Tolstoj, pur sviluppando poetiche autonome, dialogarono implicitamente con il suo modello narrativo, in particolare per quanto riguarda la costruzione dei personaggi e l'analisi della società. Nei primi decenni del Novecento, Balzac venne progressivamente canonizzato in Russia come classico del realismo europeo e già all'indomani dell'Ottobre fu al centro del dibattico critico e storico-lettario: dal 1918 si trovò al centro dei progetti editoriali delle traduzioni di letteratura occidentale (si v. il progetto di M. Gor'kij 'Vsemirnaja literatura' - 'letteratura universale'); forte delle celebri parole di Engels su Balzac (in particolare la lettera a Margaret Harkness del 1888), la giovane critica sovietica lo trasformò in una vera e propria icona della maestria stilistica ('masterstvo') e in un campione del realismo letterario; con alterne posizioni e interpretazioni l'opera di Balzac venne sempree chiamata - per tutti gli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta del XX secolo, a contribuire alla formazione del romanzo russo contemporaneo e alla riflessione critica sul ruolo sociale della letteratura
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Utračennye illjuzii
Collocazione traduzione: Moskva-Leningrad – Academia
Nome traduttore: Mandel'štam Isaak Benediktovič
Profilo traduttore:
Isaak (Isai) Mandelštam nacque a Kiev il 24 aprile 1885 (stile antico) in una famiglia di medici e scienziati. Rimasto presto orfano di padre, fu cresciuto dallo zio, professore universitario, e ricevette una solida formazione umanistica e scientifica. Dopo essersi diplomato con medaglia d'oro, studiò ingegneria navale al Politecnico di Pietroburgo e si laureò in elettrotecnica all'Università di Liegi (1908). Parallelamente all'attività di ingegnere, avviò fin da giovanissimo un'intensa carriera di traduttore letterario.
A partire dagli anni Dieci si affermò come uno dei principali mediatori della letteratura europea in Russia, traducendo poesia e prosa da tedesco, francese e successivamente inglese. Fu tra i primi traduttori russi di Heine, Liliencron e Morgenstern; tradusse inoltre Goethe, Balzac, Flaubert, Anatole France, Zweig, Mérimée e numerose opere di Shakespeare, molte delle quali realizzate durante la detenzione o l'esilio. Collaborò con case editrici centrali come Vsemirnaja literatura, Sejatel' e Vremja, svolgendo anche attività editoriale e critica. La sua vita fu segnata da ripetuti arresti (1918, 1935, 1938, 1951), anni di lager ed esilio. Nonostante ciò, continuò a tradurre, spesso a memoria, anche in prigione. Morì ad Alma-Ata nel 1954. Riabilitato solo nel 1962, le sue traduzioni furono spesso pubblicate anonime per via dell'ultimo arresto del '51. Figura emblematica dell'intellettuale-filologo sovietico, Mandel'štam incarnò una pratica della traduzione come lavoro culturale di resistenza e alta mediazione letteraria.
Bol'šaja sovetskaja ènciklopedija, M. 1926-1990.
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1937
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
Si tratta di un commento puramente storico-filologico sulla genesi di Illusions perdues; il prefatore, grazie allo studio di materiali francesi di prima mano (che riportano lo studio dei manoscritti) propone una ricostruzione delle diverse redazioni del romanzo, a partire dalla prima pubblicazione del 1837 e successive modifiche. Gricfov intreccia la ricostruzione filologica con dettagli di tipo biografico (riguardanti anche riferimenti contingenti, precisi, a persone concrete, conoscenti, amici e soprattutto ‘nemici’ di Balzac all’interno del cinico mondo editoriale parigino, che ne farebbe anche un romanzo à clé) e riporta interessanti notizie sul funzionamento e sulla vita delle case editrici e delle tipografie tanto in provincia, quanto nella capitale, nella Francia degli anni Trenta e Quaranta del XIX secolo. Sempre in un’ottica di ricostruzione storica, Grifcov riporta la teoria secondo la quale dietro la figura di Rastignac (personaggio cardine e ‘ricorrente’ nella Comédie humaine) si troverebbe il politico liberale e carrierista Adolphe Thiers (che diverrà poi persino presidente della Repubblica francese, e, morto Balzac, “oppressore della Comune di Parigi”, come ricorda il critico). Certo, il prefatore si affretta a dire che non vi sono prove sufficienti per tali congetture e che è importante riconoscere che nell’opera di Balzac non si hanno tanto dei ritratti concreti ma dei “tipi”, delle sintetizzazioni, e positive generalizzazioni [‘obobščenija’]; anche se la critica e il giornalismo francese fecero la guerra a Balzac per il suo onesto ritratto della faziosità del giornalismo contemporaneo (tanto quello liberale, tanto quello legittimista e filo-aristocratico) di cui è più che possibile riconoscere i nomi più influenti. In ogni caso Grifcov si astiene per lo più nel suo testo da ogni collocazione diretta o giudizio storico-politico sulla figura di Balzac, e ciò è forse facilitato dalla compresenza di tale paratesto con la lunga introduzione di G. Lukàcs all’interno dello stesso volume (v. P162), in cui a suo modo l’autore ungherese collocava la figura e l’opera di Balzac all’interno della metodologia marxista e del materialismo storico. Solo in posizione finale, nella sua postfazione, troviamo una considerazione che cita e riprende l’ottimistico giudizio di Engels (v. P150) su Balzac, scrive Grifcov: “In questo caso l’autore, nonostante il suo legittimismo, si è elevato al di sopra di entrambe [le fazioni giornalistiche, quella liberale e quella filoaristocratica, ndr], criticando sia l’una che l’altra. È piuttosto severo anche nei confronti del suo protagonista, Lucien de Rubempré, che si rivela privo di volontà, senza spina dorsale e codardo. C’è solo un punto nel romanzo in cui il sarcasmo lascia il posto alla commozione: è il paragrafo in cui Balzac parla dei ‘prescelti dalla morte’, di Michel Chrestien, ‘repubblicano in declino’, e della sua fine presso il monastero di Saint-Merry, quando ‘Il proiettile di qualche malvagio colpì una delle creature più nobili che siano mai fiorite sul suolo francese’. Riferendosi a questo passaggio, Friedrich Engels scrisse: ‘Le uniche persone di cui Balzac parla con palese ammirazione sono i suoi più accaniti nemici, gli eroi repubblicani del monastero di Saint-Merry, persone che anche a quel tempo (1830-1836) erano davvero rappresentanti delle masse popolari”. Tali considerazioni iper-ortodosse si trovano alla fine del saggio, in posizione liminare, e dunque profondamente marcata (come gli incipit in questo tipo di paratesti, in questi anni); in prossimità di tali ‘soglie’, ricordiamo, si trova statisticamente la più alta densità di costrutti ‘mediatori’ di un dato scrittore/opera all’interno del contesto sovietico del tempo, e in questo modo Grifcov, rimarcando un lato più che corretto del ‘mirovozzrenie’ di Balzac, evita strategicamente di rievocarne i lati legittimisti; più che al testo canonico engelsiano (v. qui sempre P150, e che si dà ormai per scontato), il critico si rifà all’interpretazione di Grib (P165) della visione di Balzac, nonché alle direttive più stringenti del 1936-1937 nella proverbiale ‘lotta al formalismo’ (D170, D172) e nell’esigenza di “individuare gli elementi ostili nel nostro ambiente (anche in fatto di critica) ed estirparli dalle nostre schiere” (D021).
Alessandra Carbone