Titolo paratesto [Codice paratesto]:

Luis Sebast’jan Merc’e. Velikij knigoproizvoditel’ Francii [P026]

Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":

Cvi Fridljand (Grigorij Samojlovič), storico settecentista di vecchia generazione (1896-1937), esperto di Rivoluzione francese (fu autore di una monografia su Marat e la guerra civile nel 1934, e di un libro su D’Anton), firma questo lungo articolo introduttivo per l’edizione Academia del Tableau de Paris, pubblicato per la prima volta integralmente in russo nell’edizione sovietica del 1935-1936. L’opera di Mercier, qui pubblicata in due tomi, viene presentata all’interno di un paratesto diviso in quattro parti: una analisi del Tableau, una breve disamina di un’altra opera fondamentale di Mercier, il romanzo-pamphlet/utopia L’an 2440; un breve excursus su Mercier drammaturgo (vi si sottolinea l’ammirazione nei confronti del ‘realista’ Shakespeare) e un’ultima parte concernente le posizioni di Mercier all’interno della Rivoluzione Francese dal 1789, dall’adesione iniziale sino alle sue posizioni di ‘girondista’ (si oppose poi alla condanna a morte del Re), sino poi alla sua attività nella Convenzione prima, e durante l’epoca napoleonica, in seguito, in cui passa via via a posizioni sempre più conservatrici e reazionarie. Sottolineando già dal titolo la poliedricità e la prolificità dello scrittore francese ‘le plus grand livrier de France’, Fridljand intende soprattutto evidenziare il valore storico della sua opera, presentandola, soprattutto le Kartiny Pariža, come un esempio di realismo letterario all’interno della produzione di uno scrittore piccolo-borghese, (qui si inserisce perfettamente e facilmente all’interno del complesso di direttive politico letterarie a partire dal 1934 e inizio 1935, si v. almeno D014, D015, D016); si sottolineano però, come d’uopo, in Mercier, le ‘ombre’ e le posizioni poco ortodosse per una sua completa ricezione in ambito culturale sovietico: ad esempio l’ammirazione nei confronti di Jean-Jacques Rousseau, difensore di un’idea di ‘monarchia illuminata’, in opposizione ai ben più radicali ‘enciclopedisti’ o agli utopisti socialisti francesi. Fridljand procede dunque nel suo articolo secondo un consueto modus operandi osservabile nei paratesti sovietici degli anni Trenta, per cui, se da un lato sottolinea prudentemente i pregi dell’opera: “una raccolta brillante di più di mille bozzetti che ritraggono la vita della capitale francese alla vigilia Rivoluzione […] e della vita parigina del Settecento […], in cui si ritraggono i contrasti e le differenze fra le classi sociali” e in cui si espone il ben noto “parassitismo della nobilità”, dall’altro lato si specifica che la postura di Mercier è tutt’altro che radicale o incendiaria: ammiratore della borghese, pacata e democratica Svizzera, l’autore, pur critico nei confronti dei difetti di Parigi, questa “Babilonia del XVIII secolo, con le sue luci e ombre”, rimane essenzialmente un ottimista, per il critico sovietico: “Mercier si impegna a dimostrare ai suoi lettori che il secolo corrente è migliore del secolo passato, che, se anche i costumi hanno forse perduto la loro purezza, sono purtuttavia migliorate le relazioni sociali, si è sviluppato il concetto di libertà, insomma, sono stati fatti molti passi avanti [….]. Con queste parole Mercier dimostra di agire come teorico e pubblicista della Francia prerivoluzionaria, come ideologo della borghesia nella sua lotta per il rinnovamento della società”. Certo, Fridljand torna a specificare che gli “apparentemente innocui bozzetti di Mercier che ritraggono i ricconi e i poveracci” sono comunque “un potente atto d’accusa contro l’Ancien régime, e non è un caso che il Governo di Luigi XVI abbia proibito il Tableau e abbia lottato contro la sua diffusione”. Al contempo però il critico sovietico deve frenare sull’affidabilità politica del Mercier, asserendo che si tratta di un tiepido borghese tutto sommato troppo soddisfatto, sazio, della situazione corrente, le cui critiche alla società e alla miseria della capitale, ai suoi contrasti, non nascondono la sua rassegnazione: “tutto quello che egli propone per l’eliminazione della miseria sociale […] testimonia di tutta la tragicità delle contraddizioni di questo teorico della piccola borghesia. Egli si limita a constatare dei fatti, ma è impotente nel trovare una via d’uscita per aiutare i bisognosi […] per lui rimane solo una soluzione al fine di aiutare i più poveri, ovvero la charité, la carità […] comminata dai più abbienti come dovere sociale”. E anche nella novella-pamplhet L’an 2440 il critico sovietico riscontra che per Mercier “la società del futuro non è che un ideale dello stato borghese. A questo egli aspira e vuol convincere il suo lettore che proprio all’interno del sistema borghese sarà possibile costruire una più giusta distribuzione delle ricchezze”. Nel suo articolo insomma se da un lato Fridljand sottolinea, come spesso avviene in questo tipo di paratesti, l’importanza documentale, storica, il realismo letterario (il dono artistico, ‘visivo’ – ‘chudožestvo’) di ritrarre i contrasti della società parigina di fine settecento, in un libro-critica certamente anti-aristocratico, dall’altra deve accentuare le contraddizioni politiche dell’autore, le sue pie illusioni nei confronti anche dell’amata Svizzera, evidenziando più che altro la problematicità dell’errore politico in un intellettuale troppo moderato, frenato, e, che, se pur ‘laico’ (era critico nei confronti delle ipocrisie e ruberie della Chiesa), fu poi girondista, termidoriano, ‘reazionario’. Fridljand lo descrive sempre ‘genuflesso’ (ancora ritroviamo l’epiteto kolenopreklonennyj, presente in molti di questi paratesti a letterature occidentali) alla fede cattolica (al culto, ad esempio, della Sainte Généviève); per lui Mercier è un moderato liberale che, “quando ne ebbe l’occasione, si rifiutò di votare per l’esecuzione del re Luigi XVI”. In queste pagine è però al contempo possibile scorgere anche una sorta di divagazione dell’autore-critico, un’attenzione a particolari tematiche che evidentemente il redattore considerava ‘vicine’, imprescindibili (è rilevabile che ciò avviene spesso in paratesti analoghi, precipuamente di questo periodo), in una sorta di neanche troppo velato sfogo dell’intellettuale sovietico nei confronti di un potere politico autoritario e soffocante; ad esempio troviamo lunghe digressioni nelle pagine dedicate da Fridljand all’abbondanza di spie politiche, servizi segreti e censura letteraria e culturale nella Parigi di Luigi XVI, che nella descrizione russa assomiglia però molto anche alla Mosca della metà degli anni Trenta. Leggiamo infatti: “il bozzetto 59 di Mercier […] è dedicato alle spie e allo spionaggio: l’autore ci racconta di come le spie della polizia politica portino avanti una guerra crudele contro i librai, e contro le persone che vendevano solo libri buoni, o almeno quei pochi buoni libri che ancora si potevano trovare in Francia a quel tempo. La polizia per Mercier è una banda di mascalzoni” al contempo Fridljand sottolinea gli strali contro gli intellettuali e gli scrittori venduti: “la povertà del letterato è simbolo di virtù. […] grazie alla tirannia in Francia si moltiplicò una massa di mezzi-scrittori (‘polu-pisateli’), quarto-scrittori (‘četvert’-pisateli’). Tra di loro in particolare accumulano gloria i giornalisti, essi hanno trasformato la professione in un’assurda mescolanza di pedantismo e tirannia: essi sono diventati dei satiristi, e hanno perso in questo modo al tempo stesso sia l’onestà, che il buon senso”; conclude Firidljand questo passo dicendo che “Mercier non si meravigliava che scrittorucoli di tal sorta avessero molto successo nella Francia prerivoluzionaria. Li nutriva “l’ignoranza della classe dominante” (nevežestvo znati), e quando usciva un libro meritevole di attenzione “si faceva di tutto per scatenarvi contro una guerra”. Sembra di leggere le considerazioni di Bulgakov su Molière (in cui si mascherava la critica alla penosa condizione dell’intellettuale sovietico, oppresso dal potere staliniano, attraverso il prisma letterario del rapporto Molière-Re sole), scritte proprio tra il 1935 e il 1936. Come noto il critico, storico settecentista e intellettuale Fridljand fu arrestato poco dopo aver curato questa edizione: fermato nel maggio 1936, fu fucilato l’otto marzo 1937 per ‘attività controrivoluzionaria’.
Alessandra Carbone.

Collocazione paratesto: Kartiny Pariža - Moskva-Leningrad - Academia -- 1935-1936. v 2 tt. - pp. 7-54.

Tipologia di paratesto: Prefazione

Autore del paratesto: Fridljand Cvi (Grigorij Samojlovič)

Profilo autore del paratesto: Fridljand Cvi (Grigorij Samojlovič), (Minsk 1896 - Mosca 1937). Studioso e storico del Settecento, in particolare della Rivoluzione francese. In un primo momento fa studi giuridici (Petrogradskij psichonevrologičeskij institut), poi, dopo l'Ottobre e la Guerra civile (in cui prende parte attiva), è ammesso alla facoltà di Storia dell'Institut krasnoj professury dove si laurea specializzandosi sul Settecento francese. Insegnerà durante gli anni Venti presso diverse università a Mosca. Autore di diversi libri e opere sulla Rivoluzione francese, che in quegli anni diventava come prevedibile uno dei nuclei tematici fondamentali della disciplina storica e della storiografia nel nuovo corso sovietico, egli dedica studi monografici in particolare a Marat e a Danton; Fridljand è infatti uno dei protagonisti principali della nuova storiografia marxista sovietica, tanto da divenire presto caporedattore della rivista scientifica "Istorik-marksist", e nel '34, decano della prestigiosa facoltà di Storia all'università Statale di Mosca, in cui si fa notare anche per posizioni poco ortodosse (la 'rivalutazione' della fase termidoriana, il sodalizio scientifico con lo storico francese Albert Mathiez); fu collaboratore di Academia e di altre importanti realtà editoriali di quegli anni, ma cadde in disgrazia nel 1936: arrestato il 31 maggio 1936 con l'accusa di 'attività terroristica e controrivoluzionaria', fu fucilato a Mosca l'8 marzo 1937; fu riabilitato solo nel 1956. Fonte A. Gordon Istoriki železnogo veka, Centr gumanitarnuch iniciativ: Mosca 2018.

Data del paratesto: 1935

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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Tableau de Paris

Data dell'opera originale: 1781-1788

Paese dell'opera originale: Francia

Nome autore del testo originale: Mercier Louis-Sébastien

Profilo autore del testo originale: Louis-Sébastien Mercier: Parigi 1740 - Parigi, 1814. Figlio di un maestro armaiolo di Metz e di una giovane proveniente dalla borghesia, Louis-Sébastien Mercier studiò a Parigi presso il collegio delle Quattro Nazioni. Dal 1763 al 1765 insegnò in un collegio a Bordeaux, poi tornò nella capitale, dove si dedicò all'attività letteraria, in particolare come giornalista e drammaturgo. Prolifico e ben inserito negli ambienti letterari, pubblicò moltissime pièce teatrali (almeno una cinquantina di opere e drammi) in cui si mettevano in scena i costumi del tempo. Nei confronti del teatro classico e dell'Accademia fu piuttosto critico. La sua opera in prosa più celebre è Tableau de Paris (1782-83, i primi otto tomi), per la cui pubblicazione dovette trasferirsi in Svizzera, a Neuchâtel, mentre gli ultimi quattro tomi comparvero già a Parigi nel 1788. Abile ritratto della Parigi all'immediata vigilia della Rivoluzione francese, quest'opera divenne celebre insieme al romanzo utopistico L'an 2440, in cui Mercier illustrava la Parigi del futuro. Durante la Rivoluzione egli si tenne su posizioni moderate; fu deputato alla Convenzione nel 1792, vicino ai Girondini, votò contro la condanna a morte del re (fu poi imprigionato per questo). Membro dell'Institut de France (1795) e del Consiglio dei Cinquecento (1795-97), fu professore alla scuola centrale di Parigi (livello secondario, 1797). Fonte: Valérie Cossy, Dizionario Storico della Svizzera https://hls-dhs-dss.ch/it/

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Titolo traduzione russa del testo originale: Kartiny Pariža

Collocazione traduzione: Kartiny Pariža – Moskva-Leningrad – Academia – 1935-1936 – II volumi.

Nome traduttore: Barbaševa Vera Aleksandrovna; Gunst Evgenij Anatol’evič

Profilo traduttore: Barbaševa Vera Aleksandrovna (1875-1943). Traduttrice dall'inglese e dal francese. Tradusse opere di Jules Vernes, Guy de Maupassant, G.H. Wells. È sepolta a Mosca presso il cimitero Novodevičij.
Gunst Evgenij Anatol'evič (1901-1983) studioso di letteratura francese, traduttore. Nasce e studia a Mosca, nel 1925 si laurea in filologia presso l'Università di Mosca (Istoriko-filologičeskij fakul'tet); è dagli inizi degli anni Trenta che inizia l'attività di traduttore e redattore presso le maggiori realtà editoriali del tempo: la casa editrice Academia, Iskusstvo, Chudožestvennaja literatura, Nauka; entra nell'Unione degli scrittori sovietici nel 1942, e nel 1945 discute una tesi di dottorato sull'opera di Alfred De Vigny. Da francesista si specializzò in particolare sulle opere letterarie del '700; particolarmente appassionato dell'Abbé Prévost (Antoine François Prévost) e del suo romanzo Manon Lescaut, secondo la testimonianza di molti suoi contemporanei, egli ne collezionava edizioni e studi, e soltanto negli anni Sessanta, quando ebbe la possibilità di occuparsi di una nuova edizione e traduzione di quest'opera del Settecento francese, preferì rinunciare all'incarico e "pubblicare la traduzione eseguita dal suo maestro, lo studioso Michail Aleksandrovič Petrovskij, morto in un lager staliniano nel 1940". Fonte: Literaturnye pamjatniki 1948-1998. Annotirovannyj katalog. Mosca: Nauka 1998.

Curatore dell'edizione della traduzione: Fridljand Cvi (Grigorij Samojlovič)

Data dell'edizione della traduzione russa: 1935

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