Marsel’ Prust [P021]
Collocazione paratesto: V poiskach utračennogo vremeni, t. I. V storonu Svana – Moskva-Leningrad – Goslitizdat
Tipologia di paratesto: Prefazione
Autore del paratesto: Lunačarskij Anatolij Vasil’evič
Profilo autore del paratesto: 1
Data del paratesto: 1934
Author image:
Titolo dell'opera originale tradotta in russo: A la recherche du temps perdu
Data dell'opera originale: 1913-1927
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Proust Marcel
Profilo autore del testo originale:
Marcel Proust (1871 - 1922), celebre scrittore francese, nato e morto a Parigi. esponente del modernismo letterario, europeo. Proveniente da famiglia alto borghese (con discendenza ebraica da parte di madre); malato di asma sin dalla tenera età, frequenta il prestigioso liceo Condorcet di Parigi, prescelto dall'élite culturale dell'epoca. Dopo la morte dei suoi genitori, si dedica completamente alla scrittura, isolandosi nel suo appartamento parigino di Boulevard Hausmann. Sin da giovane collabora con riviste letterarie e di costume come “Le Banquet”, rivista fondata (1892) da un gruppo di amici del Condorcet, la “Revue blanche”, dal 1903 scrive per “Le Figaro”. Dal 1914 uscirono sulla “Nouvelle revue française” ampî estratti delle sue opere. Fin dagli anni liceali frequentò assiduamente i salotti dell'alta borghesia e dell'aristocrazia parigina, di cui avrebbe poi stigmatizzato lo snobismo, e nell'affaire Dreyfus si schierò in favore della tesi innocentista.
La sua opera principale, À la recherche du temps perdu, è composta da sette volumi pubblicati tra il 1913 e il 1927. Il primo volume, Du côté de chez Swann, uscì nel 1913 a spese dell'autore presso l’editore Grasset (dopo che il parere negativo di André Gide ne aveva impedito la pubblicazione presso Gallimard); a partire dal 1918 pubblica con Gallimard i restanti tomi del romanzo: À l'ombre des jeunes filles en fleur, anche premio Goncourt, Le côté de Guermantes (2 voll., 1920-21), Sodome et Gomorrhe (3 voll., 1921-22). Solo dopo la morte di Proust escono le ultime tre parti: La prisonnière (1923), Albertine disparue (1925, chiamato anche La fugitive) e Le temps retrouvé 1927. Attraverso una narrazione autobiografica, il romanzo esplora il tema del tempo perduto e ritrovato tramite la memoria involontaria, rappresentando anche un affresco della società francese del tempo. Bibliografia: Enciclopedia Treccani, Marcel Proust.
Author image:
Titolo traduzione russa del testo originale: V poiskach za utračennym vremenem
Collocazione traduzione: M.Prust V poiskach za utračennym vremenem, 1934-1938, Leningrad, Gosilitizdat
Nome traduttore: Adrian Frankovskij
Profilo traduttore: Adrian Antonovič Frankovskij, intellettuale, traduttore di origine ucraina, tra i più importanti nei primi decenni dell’Unione sovietica, nacque nel 1888 nel villaggio di Lobačev, vicino a Kiev. Nel 1911 si laureò presso la Facoltà di Storia e Filologia dell'Università di San Pietroburgo. Insegnò nelle scuole secondarie e presso l'Istituto degli insegnanti di Leningrado, trasformato nel 1918 in 2° Istituto pedagogico. Dal 1924 fu scrittore e traduttore professionista. Le sue traduzioni, soprattutto dal francese e dall’inglese, ancora oggi conservano il loro valore artistico e vengono ripubblicato. Visse sempre a Leningrado. Dai romanzieri inglesi del XVII-XVIII secolo tradusse J. Swift, G. Fielding, L. Sterne, dal francese del XVIII secolo - D. Diderot, dagli autori del Novecento - R. Rolland, Romain Rolland, André Gide, M. Proust. L'iniziativa di tradurre Marcel Proust fu un merito importante di Frankovskij: alla fine degli anni Venti pubblicò nella sua traduzione la prima parte del romanzo-epopea Alla ricerca del tempo perduto. Negli anni Trenta, Frankovskij partecipò sia come traduttore che come curatore alla pubblicazione delle Opere di Proust. Il primo e il terzo volume (GIChL 1934-1938). Morì nel febbraio 1942, durante il primo, durissimo, assedio di Leningrado.
Data dell'edizione della traduzione russa: 1934
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
Il contributo fu pubblicato per la prima volta come prefazione alla nuova edizione russa delle Opere di Marcel Proust, in M. Prust, Sobranie sočinenij, V. 1 V poiskach za utračennym vremenem. V storonu Svana. Goslitizdat, L., 1934, pp. V-VII. Si tratta dell’ultimo lavoro di Lunačarskij, e l’articolo è rimasto incompleto, per cui i redattori lo accompagnarono con la seguente nota: “Le ultime righe della prefazione alla presente raccolta delle opere di Marcel Proust sono state dettate da Anatolij Vasilievič Lunačarskij il 24 dicembre 1933, due giorni prima della morte, che gli ha impedito di completare questo lavoro”. Lo stesso lavoro fu pubblicato anche su “Literaturnaja gazeta” del 5 gennaio 1934 (n.1/316, p. 3), numero dedicato (non interamente) ai funerali dell’intellettuale e politico sovietico (da p. 2 troviamo infatti persino la copia del telegramma di condoglianze inviato da Romain Rolland; In questo ultimo scritto ‘proustiano’, dunque, a cui Lunačarskij lavora quando si trova non già in URSS, ma in Francia (vi fu inviato per una missione diplomatica, e in quel periodo alloggiava sulla costa, a Menton), notiamo una notevole differenza stilistica, ma soprattutto contenutistica, rispetto all’articolo pubblicato solo qualche mese prima sul LitKritik (N.2, 1933, v. P020), e in generale rispetto ai precedenti contributi che Lunačarskij aveva dedicato alla Recherche. L’articolo è un’analisi posata della grande opera dello scrittore francese, del quale si sottolineano piuttosto i pregi letterari, l’eleganza e la raffinatezza stilistica, i meriti artistici nell’invenzione letteraria della memoria involontaria, il rispetto per la sua concezione di arte. Allo stesso modo, Lunačarskij insiste sull’utilità di Proust, e sui suoi meriti di raffinato scrittore del realismo; certo, un realismo peculiare, tutto proustiano, che emerge nell’articolo tramite l’ironico espediente che mima un battibecco con un immaginario critico occidentale (fautore dell’ ‘arte per l’arte’), del quale si contesta l’opinione, per spostare poi invece il nucleo del problema ermeneutico proprio sull’eventuale e utile realismo nell’opera di Proust: “I proustiani, naturalmente, scrolleranno le spalle di fronte a queste nostre ultime domande: -Non insegna un bel nulla, non vuole dare nessun messaggio, non è interessato a questo. Oh, questi marxisti!-. E noi a loro rispondiamo: “E invece insegna eccome, il messaggio eccome se c’è, in parte anche consapevolmente. Oh, questi ingannevoli formalisti!”. Il realismo proustiano per L. rimane un tratto dunque imprescindibile, e non secondario rispetto ad altri, che pure sottolinea volentieri: “In Proust, l’immaginazione, la stilizzazione e talvolta la vera e propria finzione giocano un ruolo importante. Tuttavia, in generale, egli è un realista”. Si notano poi però, leggendo l’articolo, approfondimenti su tratti stilistico-contenutistici decisamente controversi per la critica sovietica della prima metà degli anni Trenta: uno tra tutti, il famoso ‘soggettivismo’ di Proust (insieme con l’accusa di ‘formalismo’, questa è e sarà infatti una delle critiche più ricorrenti), che qui per Lunačarskij è invece un tratto sì centrale, ma stimabile, dell’opera dell’autore: “Per Proust, sia da un punto di vista quotidiano che filosofico, l’individuo, soprattutto la sua personalità, viene prima di tutto, e la vita è soprattutto la mia vita”. Tale soggettivismo è tra l’altro ricollegato dal critico alla tradizione razionalistica del ’600 francese: “Si tratta di un superbo soggettivismo realista del XVII secolo, molto razionalista e molto sensuale” (n.b. tale linea sarà ripresa anche in qualche modo in seguito da N. Rykova, si v. P024).
Lunačarskij procede poi a insistere sul mero piacere che scaturisce dalla lettura dell’opera proustiana, che si concentra sul recupero della memoria come operazione artistica, letteraria e quasi cinematografica : “In primo piano rimane il piacere della creazione artistica, cioè il piacere di una seconda esperienza di vita, rallentata e sviluppata artisticamente, il piacere dell’opera creativa che in tal modo viene resa fresca e completa”; il critico infatti prosegue dicendo: “Ecco perché l’elemento più caro a Proust, nei suoi notevoli libri, è proprio il cinematografo delle sue memorie. Qui Proust non ha eguali. Sdraiato a letto con la sua penna, egli si abbandona a una sorta di cinematografia creativa, ugualmente potente dal punto di vista ottico, acustico, razionale ed emotivo. Recita la sua parte, e questa rappresentazione, “La mia vita”, è messa in scena con un lusso, una profondità e un amore inauditi. I rimproveri che anche i critici più amichevoli gli hanno mosso: tempi trascinati, troppa abbondanza di dettagli, frasi lunghe, spesse volte molto poco francesi, ecc. derivano da questo elemento fondamentale del suo lavoro”. Tale scritto di Lunačarskij, ricco di metafore, di una certa solennità di scrittura e non privo di doti letterarie esso stesso, presenta dunque in maniera sottile alcune delle più rodate tecniche di captatio benevolentiae, o di qualsivoglia altra tattica di addomesticazione e mediazione collegabili alle già consolidate e adoperate ‘strategie di appropriazione’ tipiche della tradizione redattoria di quegli anni per testi letterari o autori tradotti giudicabili controversi dalla cultura sovietica (ricezione anti-formalista D088 e D089, lettura in chiave realista D094, D100) , eccetera, si vedano le direttive ), ma, nel sincero entusiasmo espresso in questo ultimo testo per l’opera di Proust rappresenta al contempo una isolata (e poi in gran parte ignorata) eccezione, non la regola: la distanza stilistica da paratesti ben più critici riguardanti Proust, e pubblicati nello stesso 1934 (Makedonov, P022; Gal’perina, P023, e dagli scritti dello stesso Lunačarskij precedenti a questo), è evidente, ed è spiegabile solo, probabilmente, con il momento peculiare in cui l’articolo fu scritto, quasi in articulo mortis. La pubblicazione integrale (postuma) di un endorsement così sincero e profondo all’opera dello scrittore francese (ancorché incompleto, come specificano i redattori), è da considerarsi, forse, come una sorta di condiscendente viatico.
Alessandra Carbone