Putešestvie na kraj noči [P067]
Collocazione paratesto: Putešestvie na kraj noči - Moskva-Leningrad - GICHL - pp. 3-12
Tipologia di paratesto: Prefazione
Autore del paratesto: Anisimov Ivan Ivanovič
Profilo autore del paratesto: Ivan Ivanovič Anisimov (1899 - 1966) nacque nel 1899 nel villaggio di Glotovka, nel governatorato di Smolensk, in una famiglia di impiegati locali. Nel 1919 fu arruolato nell'Armata Rossa, dove svolse attività politico-culturale e teatrale/didattica. Dopo la smobilitazione riprese a lavorare come semplice insegnante, poi nel 1922, entrò all'Università di Mosca, facoltà di letteratura e arte. Nel 1925 iniziò il dottorato (aspirantura) presso l'Istituto di Letteratura e Lingua della RANION, che concluse nel 1928. In seguito insegnò nei due principali atenei di Mosca, continuando la propria attività di ricerca presso la KomAkademija (l''Accademia Comunista'). Tra il 1933 e il 1938 diresse la cattedra di letteratura presso l'istituzione universitaria Institut krasnoj professury (il celebre 'Professorato rosso') e fu ammesso all'Unione degli scrittori sovietici (1934). Divenuto sempre più influente, passò a dirigere anche il settore di letteratura straniera presso la GICHL, e fu membro della redazione della rivista "Internacional'naja literatura". Durante la guerra fu mobilitato, prestò servizio sui fronti meridionale e transcaucasico, lavorò poi come corrispondente militare del giornale "Izvestija" fino alla fine del conflitto, ricevendo l'Ordine della Guerra Patriottica di II grado. Nel dopoguerra fu vice presidente del Comitato per le Arti del Consiglio dei ministri (1945-1948), docente all'Accademia delle Scienze Sociali del Partito Comunista e redattore capo della rivista "Sovetskaja literatura" (1948-1952). Fedelissimo delle politiche del Cremlino, riuscì a più riprese ad evitare purghe e repressioni (tra i contemporanei, c'è chi lo ricorda nelle proprie memorie come uno dei più aggressivi carrieristi e 'literaturnye gangstery' della sua epoca, v. testimonianza di Ju. Oksman) e nel 1952 ricoprì il prestigioso incarico di direttore dell'Istituto di Letteratura Mondiale "A. M. Gor'kij" (Mosca), in cui sino al 1953 andò violentemente difendendo le posizioni sovietiche contro il "cosmopolitismo". Nel 1960 fu eletto membro corrispondente dell'Accademia delle Scienze dell'URSS e divenne redattore capo della serie "Literaturnoe nasledstvo". Ricevette numerose onorificenze durante tutto il corso della sua vita; nel 1966 gli fu conferito il Premio V. G. Belinskij, e postumo, il Premio di Stato dell'URSS (1978) per la partecipazione alla Biblioteca della letteratura mondiale (Biblioteka mirovoj literatury). Morì a Mosca nel 1966. Fonte: Bol'šaja sovetskaja ènciklopedija, Mosca (1926-1990)
Data del paratesto: 1934
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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Voyage au bout de la nuit
Data dell'opera originale: 1932
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Céline Louis-Ferdinand
Profilo autore del testo originale: Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis-Ferdinand Destouches (1894-1961), è stato uno degli scrittori più innovativi e controversi della letteratura francese del Novecento. La sua formazione come medico, esercitata soprattutto nei quartieri popolari e nelle colonie, influenzò profondamente la sua visione del mondo: un'umanità ferita, malata, spesso lasciata ai margini, che egli osservò con un misto di compassione, cinismo e disperazione. Questa esperienza clinica alimentò il suo sguardo crudo e realistico, privo di illusioni sulla natura umana. Il suo stile letterario è celebre per la rottura radicale con la prosa tradizionale. Céline introdusse un ritmo sincopato e colloquiale, fatto di frasi spezzate, uso massiccio dei puntini di sospensione, sintassi deformata e un linguaggio popolare, talvolta volutamente triviale. Questa "musicalità dell'oralità" conferisce ai suoi testi un'energia immediata e quasi teatrale, simile a un monologo febbrile. Voyage au bout de la nuit (1932), suo capolavoro, combina autobiografia, satira sociale e visione tragica, in un affresco feroce della modernità. La figura di Céline è anche legata alle polemiche politiche. Negli anni Trenta pubblicò pamphlet violentemente antisemiti, che gli valsero accuse di fascismo e una duratura macchia sulla reputazione. Pur non essendo affiliato ai movimenti fascisti europei, il suo antisemitismo e alcune posizioni filotedesche durante l'Occupazione ne fecero un autore politicamente compromesso. Dopo la guerra fuggì in Danimarca per evitare l'arresto e fu condannato in contumacia in Francia, ottenendo poi l'amnistia nel 1951.
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Putešestvie na kraj noči
Collocazione traduzione: Moskva – GICHL
Nome traduttore: Triolet Elsa (Kagan Ella Jur'evna)
Profilo traduttore: Elsa Triolet (nata Ella Jur'evna Kagan, Mosca 1896 - Saint-Arnoult-en-Yvelines, 1970). Figlia di un affermato avvocato di Mosca, sorella di Lilja Brik, cresce in una famiglia plurilingue (in famiglia si parlava, oltre al russo, anche il tedesco e il francese fluentemente); Triolet fu 'musa' letteraria, scrittrice, traduttrice. Nel 1918 sposò un ufficiale francese, André-Pierre Triolet e si trasferì in Francia. Dopo il divorzio dal primo marito, negli anni Venti visse tra Londra, Berlino (dove conobbe Viktor Šklovskij) e infine Parigi; dal 1925 intraprese l'attività letteraria come scrittrice. Nel 1928 conobbe lo scrittore francese Louis Aragon; i due iniziarono una lunga relazione (si sposarono nel 1939); vissero in Francia, ma furono frequenti i loro viaggi in terra sovietica, anche perché Aragon era comunista e Triolet incoraggiò gli scambi culturali e politici tra il marito e l'establishment sovietico. A partire dagli anni trenta Triolet scrisse molte opere originali in prosa, tradusse dal francese e dal russo. Durante la II Guerra mondiale con il marito partecipò alla Resistenza francese, diffondendo fogli antinazisti. Nel secondo dopoguerra visitò spesso l'URSS con Aragon, le opere dei due ricevevano infatti una certa risonanza soprattutto in quegli anni. L'attività di traduttrice di Triolet è notevole: traduce dal Francese il romanzo di L.F. Céline (Voyage au bout de la nuit) e opere di L. Aragon; dal russo traduce in francese opere di N. Gogol', A. Puškin, A. Čechov, di V.Majakovskij, M. Cvetaeva, B. Pasternak, V. Šklovskij, B. Achmadullina. A partire dagli anni Trenta ebbe un grande successo in Francia come scrittrice di romanzi e di saggi (nel 1945 le venne assegnato il Premio Goncourt); alcune delle sue opere sono divenute dei film. I suoi libri furono tradotti anche in russo quasi in contemporanea con le uscite in lingua francese.
Data dell'edizione della traduzione russa: 1934
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
La prima edizione in volume del romanzo, tradotta da Triolet, fu pubblicata dalla GICHL nel febbraio 1934 in volume con una tiratura di 6.000 copie. L’edizione era accompagnata da una prefazione di Anisimov, in cui la componente critica continuava a prevalere nella valutazione generale dell’opera prima di Céline. Anche in questo caso ci potremo avvalere dell’articolo di Dmitrij Cyganov (v. anche P067) che ha indagato la ricezione sovietica di Céline negli anni Trenta. Nella prefazione del critico marxista Ivan Anisimov notiamo subito una delle più ricorrenti metafore ‘mortifere’ della critica staliniana di quegli anni, sempre riconducibile alla sfera semantica della morte, putrefazione, disfacimento (l’Occidente decadente ‘fisicamente’ oltre che moralmente). Nel suo paratesto introduttivo, dunque, il critico sovietico sosteneva che Céline avesse scritto “una vera e propria enciclopedia del capitalismo morente”. Il libro, però, avventuroso, spregiudicato, scandaloso, divenne un evento in URSS: tutta la prima tiratura si esaurì in pochissimo tempo, rendendo necessaria una ristampa nel 1935, a cui Anisimov allegò una prefazione leggermente ampliata nel finale (molte erano inoltre le voci che riferivano che allo stesso Stalin il libro piacesse non poco). Non è dunque un caso che il romanzo sia stato discusso, apprezzato, criticato, citato spesso. Uno dei momenti-chiave fu il primo congresso degli scrittori sovietici del 1934, in particolare l’intervento di Karl Radek sulle esternazioni di Céline riguardo al fascismo, e i commenti di Lev Nikulin e Fridrich Vol’f (v. D155, nel testo stenografico il nome di Céline compare più di trenta volte); noi notiamo qui che, come si è visto per i paratesti a Flaubert, spesso e volentieri il riferimento a Céline nel ’34-’35 torna anche nella critica ai classici francesi dell’Ottocento. Scriveva ancora Anisimov nel suo predislovie del 1934 (e in quello del 1935): “questo libro è una prova così profonda e ineluttabile del decadimento del capitalismo che non si può ignorare. Anche sullo sfondo della letteratura contemporanea francese, piena di profezie di morte, il romanzo di Céline spicca nettamente”. Si trattava insomma di “un libro estremamente diretto, un libro-confessione, informe e caotico”, che allo stesso tempo fissava nelle sue pagine “la maledizione della società borghese”, “un enorme attacco appassionato contro il capitalismo”. Ma il prefatore non poteva limitarsi a ‘lodare’ un libro così profondamente scandaloso e problematico, e, fedele alla diffusa pratica sovietica di quegli anni di ‘bacchettare’, nelle soglie dell’opera, il libro o l’autore che si andava pubblicando, la critica principale che Anisimov muoveva a questo scrittore occidentale, a questo “artista plebeo”, era che il suo libro fosse tutto sommato “cieco” e “passivo”: “L’autore odia il mondo borghese, ma non lotta, vuole solo sputargli in faccia, maledirlo, insultarlo”; e ancora: “il libro di Céline non offre, tuttavia, altra conclusione o via di uscita se non la disperazione”; il libro insomma ‘smaschera’ ma non combatte il sistema, ignavo come il suo eroe, esso “cade nella trappola del pacifismo più fiacco”. Per Anisimov il peccato principale dell’autore Céline è quello di “non essere riuscito a uscire dai confini della letteratura borghese. […] Qui il capitalismo ha ben posato su di lui la sua pesante zampa”. In un valzer di lodi, critiche e ancora lodi, in questa altalena ermeneutica spesso contraddittoria in cui, come abbiamo visto, così spesso oscillano avanti e indietro i paratesti sovietici alle opere occidentali in quegli anni complessi, la pubblicazione di un romanzo dalla reputazione a dir poco ambigua, nella principale casa editrice sovietica “doveva essere giustificata, poiché in un contesto politico sempre più rigido ogni nuovo errore poteva rivelarsi fatale” (Cyganov). Pertanto, Anisimov, in qualità di autore della prefazione, aveva il compito di proporre la giustificazione più convincente della ‘necessità’ del libro di Céline (ancora un termine ricorrente), giudicato così “impotente” e meramente “contemplativo”, nel contesto culturale e politico dell’epoca. Come pretesto più plausibile per una “riabilitazione” anche se parziale dell’autore francese, fu scelto, come prevedibile, il pathos anticolonialista di Viaggio al termine della notte, la sua critica all’imperialismo. Scrive Anisimov: “Céline dipinge quadri di sfruttamento coloniale, inganno, violenza, predazione sfrenata. Egli strappa il velo ufficiale della menzogna. Dice la verità sulla schiavitù coloniale. Si pone al fianco dei migliori letterati della Francia contemporanea che denunciano la barbarie della civiltà capitalista. Il dramma della schiavitù coloniale è descritto in Viaggio al termine della notte con la stessa indignazione, con lo stesso disprezzo per i proprietari di schiavi bianchi con cui Céline parlava dei ‘padroni’ del massacro imperialista”. Il libro di Céline diventava così una sorta di testimonianza della ‘passività’ della letteratura borghese, presumibilmente mutuata dall’estetica ‘decadente’ di fine secolo (e qui era dunque assimilabile ai giudizi di quegli anni su Proust). Anisimov, riferendosi chiaramente a questo contesto, riassumeva: “Il libro di Céline è pessimista come il suo titolo. […] Denunciando il capitalismo, esso ne è però internamente e irrimediabilmente contaminato. Nei tormenti di Céline si riflette il declino e la fine del mondo che ha generato un’opera del genere”, e conclude: “noi ci accorgiamo bene di quanto sia sterile e inutile il ‘pathos’ del libro di Céline. Il romanzo è affetto dalla malattia del ‘vuoto interiore’. È così in ultima analisi che l’artista, uscito dalle viscere del capitalismo, ripaga il sistema, non trovando in sé il coraggio di passare dall’altra parte della barricata”. A partire dalla fine del 1936, in seguito ad un viaggio di Céline nel paese dei Soviet (settembre, 1936, su invito ufficiale russo: il viaggio aveva lo scopo di far riscuotere allo scrittore francese i diritti di autore sulle traduzioni russe del suo romanzo), la situazione cambiò radicalmente, a causa della pubblicazione del pamphlet Mea culpa, in cui l’intellettuale criticava in modo virulento la Russia, che aveva visto con i propri occhi. (Tra l’altro, ciò avviene quasi in contemporanea con il viaggio di André Gide in URSS, che pubblicherà nel novembre ’36 un ulteriore saggio critico, il celebre Retour de l’URSS, creando un enorme imbarazzo nell’intelligencija sovietica, che sino a quel momento lo aveva acclamato come una delle principali voci amiche nel mondo intellettuale occidentale, e che provocò la ‘cancellazione’ russa di Gide da lì in poi); un simile colpo all’immagine dell’Unione sovietica di Stalin comportò anche per Céline, che ancora a luglio ’36 incassava articoli pieni di simpatia dalla stampa sovietica (si v. ad esempio l’articolo V zaščitu Celina – In difesa di Céline -, pubblicato su “Literaturnaja gazeta”, 1936, 26 luglio, n. 42/605), una immediata damnatio memoriae.
Alessandra Carbone.