Zapadnja Zolja [P125]
Collocazione paratesto: Zapadnja - GICHL - Moskva - pp. 5-20
Tipologia di paratesto: Introduzione
Autore del paratesto: Elizarova Marija Evgen'evna
Profilo autore del paratesto:
Marija Evgen'evna Elizarova (Kazan' 1898 -- Mosca, 1972) -- studiosa sovietica e teorica della letteratura, professoressa ordinaria (Doktor nauk, 1951; Professor, 1952), fu a capo del dipartimento di letterature straniere della Facoltà di Lingua e letteratura russa dell'Istituto pedagogico statale di Mosca (MPGU, 1950-1970). Autrice di numerose opere sulla letteratura francese, inglese e tedesca (XVIII-XX secolo): da Gustave Flaubert, Charles Dickens, Stendhal, Émile Zola. Con le prefazioni di Elizarova furono pubblicati i romanzi di Émile Zola Germinal e L'Assommoir, La certosa di Parma di Stendhal, Eugenie Grandet di Balzac, David Copperfield di Dickens. Elizarova fu inoltre autrice di una monografia su Balzac (Bal'zak. Očerk tvorčestva, Mosca 1951). Si occupò di teoria del romanzo (in particolare, del rapporto fra romanticismo e realismo nella letteratura occidentale del XIX secolo) e fu una delle pioniere della scuola di letteratura comparata e storica di epoca sovietica (uno dei suoi primi lavori in questo senso fu Merime i Puškin, del 1938). Durante tutto il periodo della sua attività scientifica, Elizarova lavorò anche sull'opera di Čechov, si segnala in particolare la monografia Tvorčestvo Čechova i voprosy realizma konca XIX veka (1958)
Fonte: https://mpgu.su/scientists/elizarova-mariya-evgenevna/ . Fonti: Bol'šaja rossijskaja ėnciklopedija: V 35 tt., 2004-2017, Ju. S. Osipov (gl. red.), Moskva, Nauč. izd. Bol'šaja rossijskaja ėnciklopedija, 2011.
Data del paratesto: 1937
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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: L'assommoir
Data dell'opera originale: 1877
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Zola Émile
Profilo autore del testo originale: Émile Zola (1840-1902) è stato uno dei maggiori romanzieri francesi dell'Ottocento e il principale teorico del naturalismo, corrente letteraria che mirava a rappresentare la realtà con rigore scientifico, osservazione diretta e attenzione ai condizionamenti sociali, ambientali, biologici. Nato a Parigi ma cresciuto ad Aix-en-Provence, Zola visse un'infanzia segnata da difficoltà economiche dopo la morte del padre. Trasferitosi a Parigi nel 1858, lavorò come impiegato e pubblicitario presso l'editore Hachette, esperienza che gli permise di entrare in contatto con l'ambiente culturale della capitale. Intanto iniziò a collaborare come giornalista e critico d'arte, attività che mantenne per tutta la vita. Il suo primo successo narrativo fu Thérèse Raquin (1867), romanzo che mostrava già l'intento di applicare alla letteratura un metodo quasi scientifico. Ma l'ambizioso progetto della sua vita fu il ciclo romanzesco Les Rougon-Macquart, composto da venti romanzi pubblicati tra il 1871 e il 1893, in cui attraverso la storia di una famiglia (e sue derivazioni) durante il Secondo Impero, Zola studiò e raccontò i meccanismi sociali, economici e psicologici che determinano il destino degli individui. Tra i titoli più celebri spiccano L'Assommoir, Nana, Germinal, La Bête humaine, ma anche Au Bonheur des Dames, Le ventre de Paris, L'Argent. Zola svolse un ruolo importante nella vita pubblica francese, il momento più noto fu il suo intervento nel caso Dreyfus: nel 1898 pubblicò sulla stampa la famosa lettera aperta J'accuse…!, con cui denunciò l'antisemitismo e le irregolarità giudiziarie del processo al capitano Alfred Dreyfus. L'articolo gli valse un processo per diffamazione e lo costrinse all'esilio in Inghilterra per quasi un anno.
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Zapadnja
Collocazione traduzione: Moskva – GICHL – Moskva
Nome traduttore: Romm Aleksandr Il'ič
Profilo traduttore: Romm Aleksandr Il'ič (1898, San Pietroburgo - Soči, 1943). Letterato, poeta, traduttore sovietico, nasce in una famiglia borghese della Capitale dell'impero (il padre era un medico, vicino alle attività rivoluzionarie di stampo Social-democratico di inizio secolo); visse e studiò a Mosca, dive si laureò presso il Dipartimento di Storia e filologia nel 1922; membro del celebre Circolo linguistico di Mosca, fece parte del presidium, collaborò ed ebbe discussioni scientifiche in particolare con Roman Jakobson e Michail Bachtin; tradusse in russo il Cours de Linguistique générale di Ferdinand De Saussure (la traduzione non fu tuttavia completata, si v. in merito i lavori di M. Čudakova e E.A. Toddes). Mobilitato sul fronte sud-occidentale durante la Grande Guerra Patriottica (servì in Marina, nella Flotta del Mar Nero) morì nel 1943 in circostanze poco chiare (alcune fonti parlano di suicidio). Negli anni Trenta e primi anni Quaranta lavorò come traduttore dalle lingue occidentali, tradusse, fra le altre, opere di Flaubert, Zola, Wells; poesie di Villon, Goethe, Heine, André Chénier, Baudelaire, Aragon. Si v. in inglese, la ricostruzione biografica all'analisi delle traduzioni di Romm a cura Elena Zemskova (Soviet translator Aleksander Romm. An experience of Literary Depersonalization, Higher School of Economics, 2016 Research Paper No. WP BRP 15/LS/2016, Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=2760908
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1937
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
Elizarova inizia la sua introduzione scrivendo che Zola è “uno dei nomi più importanti della lettteratura francese nell’ultimo quarto del XIX secolo”, fondatore del naturalismo, Zola non conobbe però subito, precisa la studiosa, la gloria; le pagine successive del paratesto ripercorrono brevemente la biografia di Zola, i tentativi di affermarsi in ambito culturale, le difficoltà economiche dello scrittore; si sottolinea poi, più in là, il ruolo di Zola nel caso Dreyfus e si menziona il J’accuse come un esempio di resistenza civile “contro la reazione clerical-monarchica”. Quando prende a commentare L’assommoir, l’autrice chiarisce che subito dopo la pubblicazione l’opera ricevette moltissime critiche, e che a salvare in qualche modo la reputazione letteraria dello scrittore francese “intervenne in primo luogo Ivan Turgenev”. Ricordando il sodalizio letterario e umano tra il francese e il russo si sottolinea il ruolo di importante mediazione letteraria svolto da quest’ultimo, che permise la pubblicazione, su una delle più importanti riviste culturali russe, il “Vestnik Evropy” , le Parižskie pis’ma (Lettere da Parigi) di Émile Zola (1875-1880), lettere che divennero “un manifesto della nuova scuola letteraria, del naturalismo”. La studiosa ne commenta qualche aspetto: il desiderio dello scrittore naturalista (in opposizione ai denigrati ‘romantici’) di portare la rappresentazione realistica sino alle vette più alte. Ma, sostiene Elizarova “le cose sono andate diversamente”, e aggiunge la consueta critica al naturalismo: “utilizzando il proprio ‘metodo scientifico’ Zola in realtà lo demansiona, relega la sua scienza al mero ruolo di registrazione di fatti e dettagli, dandole solo il diritto di descrivere, le nega di contro ogni diritto di sintesi, giudizio, di scoperta delle profonde cause dei fenomeni esplorati dallo scrittore”; i naturalisti in questo modo diventerebbero niente meno che “schiavi essi stessi dei fatti esaminati, fatti che rimangono cristallizzati nella loro immobilità, e non vengono esaminati nel loro processo dinamico, in prospettiva”. Questo metodo letterario risulterebbe dunque secondo Elizarova una inutile “corsa all’accumulo di dettagli, fenomeni e fatti, in una registrazione solo superficiale, e questo è il principale difetto del naturalismo”. In queste critiche riverbera il recente dibattito sovietico che dall’inizio del ’36 non solo avversava il formalismo, ma anche il ‘naturalismo’ (certo, qui virato nella letteratura russa contemporanea, come in Pil’njak), si vedano ad esempio articoli come D131 (Chudožnik pered narodom, pubblicato su “Literaturnaja gazeta”), tutto dedicato alla critica del formalismo e del naturalismo. Al contempo, per la studiosa, Zola ha l’enorme merito di aver agito come artista-‘smacheratore’ della Francia capitalistica del II Impero e della III Repubblica, raccontando la verità sul profondo declino morale e politico di quella società; Al contempo, è pur necessario che la studiosa riconosca e squaderni il ‘passaporto politico’ di Zola: lo scopo del romanzo, e di altri simili, non era certo quello di muovere alla rivoluzione, ed Elizarova deve ammetterlo: “Zola non era un rivoluzionario e della rivoluzione aveva paura”, e aggiunge qualche precisazione: “da piccolo-borghese democratico, Zola empatizzava con le classi proletarie e con i piccoli commercianti o artigiani impoveriti, ma vedeva l’unica soluzione dei problemi sociali nelle riforme”. Mostrando senza veli la malattia della società alle élite, secondo la studiosa sovietica, lo scrittore “intendeva spaventarle, per poi proporre una cura attraverso una serie di riforme” (si veda qui l’articolo di Èjchengol’c di qualche anno prima in D107). Il grande merito di Zola starebbe dunque nel fatto che, nonostante i suoi intenti, “con le sue opere egli dimostrò che il morbo sociale era penetrato sin troppo a fondo nell’organismo, e che era tutt’altro che curabile”: con le sue opere Zola fa in modo che il “lettore arrivi a questa consapevolezza” e conclude (in una soluzione critica ancora molto vicina alle soluzioni dei critici voprekisty del ’35–’36): “la sua arte superò i suoi stessi intenti”, “la soluzione arriva nonostante le sue posizioni politiche”. Questo aspetto ne fa dunque un romanzo pienamente condivisibile e ‘mediabile’ all’interno del nuovo canone sovietico, se teniamo conto anche dei contenuti delle direttive di inizio ’37 sulla ‘corretta appropriazione della letteratura classica’ (si v. D064 e D066, per un esempio in “Literaturnaja gazeta”). Per quanto riguarda la trama del romanzo e l’attenzione sulla piaga sociale dell’alcolismo, Elizarova riprende le posizioni di Èjchengol’c già in P124, e che saranno poi esasperate da Puzikov in P126, e sostiene che Zola intendeva dare troppa importanza all’aspetto della ‘tara ereditaria’ dell’alcolismo, facendone un vizio fatale, senza troppo approfondirne invece le cause o concause sociali, ben più rilevanti e storicamente determinate; in questo modo poi Zola non rende giustizia alle classi proletarie, facendone anche in modo che una immagine eccessivamente negativa, generalizzando il ritratto un popolo avvinazzato, impigrito, ignorante: tale immagine ebbe il demerito di solleticare i giudizi compiaciuti dei lettori più reazionari: “i capitalisti godevano nel vedere che i lavoratori, davanti ai quali tremavano di paura, erano stati ritratti come degli ubriaconi” (qui Elizarova riprende le parole di Paul Lafargue nei suoi articoli di critica letteraria, pubblicati a Mosca nel 1936 con il titolo Literaturno-critičeskie stat’i). Certo, la studiosa ammette che “In alcun modo questo era il desiderio di Zola”; e ne riporta le parole in difesa della funzione civile de L’assommoir, sostenendo poi che “esplicitare i difetti dell’opera non vuol dire cancellarne il grande valore artistico e letterario”; in ultima analisi, conclude, “questo romanzo è una delle più importanti opere di Zola” perché “fa parlare i fatti, e anche se l’autore è nascosto dietro questi fatti, noi riusciamo comunque a sentire la sua presenza, la sofferenza e l’enorme tensione emotiva; L’appassionato drammatismo del romanzo afferra il lettore e lo commuove” e ancora “questo libro odora delle sofferenze umane, dei poveracci che vivono nei bassifondi della grande città […] il lettore sovietico non può leggere le pagine di questo romanzo senza provare pietà per questi ultimi e diseredati, e vi riconoscerà un micidiale atto d’accusa verso la società capitalistica, in cui le masse lavoratrici sono condannate a questa spaventosa esistenza; il lettore sovietico capirà, che in queste masse disperate non potrà che nascere una forza possente che spazzerà via il mondo capitalistico”.
Alessandra Carbone