Žan Rasin [P116]
Collocazione paratesto: Sočinenija v dvuch tomach - pod red. A. Èfrosa - Moskva-Leningrad - Academia -T. 1 - pp. 337-359
Tipologia di paratesto: Introduzione
Autore del paratesto: France Anatole
Profilo autore del paratesto: Anatole France, pseudonimo di François-Anatole Thibault, (Parigi 1844 - Parigi 1924). Figlio di un libraio specializzato in testi della Rivoluzione francese, crebbe in un ambiente permeato di cultura storica e spirito critico, elementi che segnarono profondamente la sua formazione intellettuale. Dopo un'educazione classica, iniziò la carriera come bibliotecario e giornalista, affermandosi progressivamente come uno degli scrittori più raffinati della Terza Repubblica. La sua opera letteraria annovera dai romanzi come Le Crime de Sylvestre Bonnard (1881), che gli valse un grande successo, a romanzi storici come Les dieux ont soif (1912), a testi filosofici e satirici come L'Île des Pingouins (1908), feroce allegoria della storia e delle istituzioni occidentali. Negli anni della maturità, Anatole France assunse un ruolo pubblico sempre più marcato. Fu protagonista dell'affaire Dreyfus, schierandosi apertamente a favore dell'innocenza dell'accusato e difendendo i valori di giustizia, laicità e razionalismo. Questo impegno lo portò ad avvicinarsi progressivamente a posizioni socialiste e pacifiste, pur mantenendo una visione tendenzialmente umanistica e non dogmatica. I rapporti di Anatole France con la Russia furono soprattutto di natura culturale e ideologica. Ammirato dagli intellettuali russi già alla fine dell'Ottocento, fu letto e discusso negli ambienti progressisti e rivoluzionari. Dopo la Rivoluzione russa del 1917, France guardò con simpatia all'evento, interpretandolo come una risposta storica alle ingiustizie sociali e all'autocrazia zarista. Pur non aderendo mai al comunismo, espresse pubblicamente il proprio sostegno alla giovane Russia sovietica, in particolare contro l'intervento militare delle potenze occidentali. Negli ultimi anni di vita, Anatole France divenne una figura di riferimento morale per il mondo sovietico: le sue opere furono tradotte e diffuse in URSS, e il suo nome associato a un ideale di intellettuale impegnato e progressista. Nel 1921 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.
Data del paratesto: 1937
Direttive paratesto:
Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Oeuvres de Racine
Data dell'opera originale: 1664-1691
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: Racine Jean
Profilo autore del testo originale: Jean Racine (1639-1699) fu uno dei massimi tragediografi del classicismo francese e una figura centrale del teatro del XVII secolo. Nato a La Ferté-Milon e rimasto presto orfano, fu allevato dai nonni e ricevette un'educazione rigorosa presso i collegi giansenisti di Port-Royal, Parigi, dove sviluppò un profondo interesse per la letteratura classica greca e latina. Questo contesto religioso influenzò la sua sensibilità tragica, segnata da una visione austera delle passioni umane e del destino. Trasferitosi a Parigi negli anni Sessanta del Seicento, Racine entrò rapidamente nei circoli letterari e frequentò l'ambiente teatrale, entrando inizialmente in competizione con Pierre Corneille. La sua prima tragedia di successo fu Andromaque (1667), nella quale mise in scena i conflitti tra amore e dovere che diventeranno una caratteristica distintiva della sua poetica. Con Phèdre (1677), considerata la sua opera magistrale, la tragedia esplora in profondità la forza distruttiva del desiderio, l'angoscia morale e l'inevitabilità del destino. Ritiratori dal teatro, nell'ultima parte della sua vità Racine si dedicò alla carriera di storiografo reale alla corte di Luigi XIV, ma in seguito, su richiesta della corte, tornò alla drammaturgia con due opere di argomento biblico: Esther (1689) e Athalie (1691), destinate inizialmente alla rappresentazione in scuole religiose. Morì nel 1699 a Parigi.
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Sočinenija Rasina
Collocazione traduzione: Moskva-Leningrad – Academia
Nome traduttore: Èfros Abram (revisore delle traduzioni)
Profilo traduttore:
Èfros Abram Markovič (1888, Mosca -1954, Mosca) - critico dell'arte, critico leterario, traduttore, storico del teatro, membro dell'amministrazione dei musei più importanti di Mosca negli anni Venti. Già negli anni dell'università tradusse il Cantico dei Cantici dall'antico ebraico (1909), fu autore di diverse traduzioni da francese e italiano; compose saggi su Aleksandr Puškin, Michelangelo, Paul Valéry e altri artisti e letterati. Fu inoltre autore di una raccolta di sonetti erotici (Èrotičeskie sonety, 1922). Negli anni Trenta Èfros fu capo redattore della collana Francuzskaja literatura presso la casa editrice Academia. Secondo M. Rac, i paratesti di Éfros alle traduzioni delle opere francesi "rappresentano spesso dei piccoli capolavori" (Rac 1989: 13). Nel 1937 fu arrestato e mandato in esilio per tre anni nella città di Rostov Velikij. Nel 1950, nel corso delle repressioni antiebraiche contro i "cosmopoliti", fu mandato in esilio a Taškent dove lavorò fino alla morte come professore all'Istituto statale dell'arte teatrale di Taškent.
Bibliografia: O. Lekmanov, Èfros A.M., in Mandel'štamovskaja ènciklopedija, Moskva, Političeskaja ènciklopedija, 2017, t. 1, p. 569; P. Nerler, Mandel'štam i Èfros: о prevratnostjach netvorčeskich peresečenij, "Naše nasledie", 114 (2015), pp. 38 -52; R. Timenčik, Iz Imennogo ukazatelja k "Zapisnym knižkam" Achmatovoj: A. Èfros, "Literaturnyj fakt", 3/17 (2020), рр. 292-301; RGB. F. 589. Èfros Abram Markovič
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1937
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
In questa edizione di opere di Jean Racine (prima e unica raccolta sovietica nel periodo preso in esame) si trovano otto opere teatrali (I volume: Andromaque [Andromaka], Les plaideurs [Sutjagi], Britannicus [Britannik], Bajazet; nel II volume Iphigénie [Ifigenija v Avlide], Phèdre, Esther [Èsfir‘], Athalie [Atalija]); più in là, nel 1940, sarà pubblicata, in volume a parte, solo la Fedra (nella traduzione di V. Brjusov, per Iskusstvo), e nel 1945 se ne avrà una ripubblicazione per studenti universitari di Lingue straniere, a cura di Učpedigiz). L’unico paratesto presente nell’edizione Academia qui riportata (1937) è affidato non ad uno studioso o a un redattore sovietico, ma al celebre scrittore francese contemporaneo Anatole France (morto nel 1924). In quel periodo come noto France godeva di ottima popolarità in URSS, e non è un caso che proprio la casa editrice Academia stesse lavorando proprio tra il 1936 e il 1937 ad un grande progetto dedicato all’edizione delle sue opere in russo (nel ’37 escono i primi tomi di un progetto editoriale mastodontico, in 25 volumi, dedicato agli scritti di Anatole France); lo stesso curatore della collana Academia relativa a ‘Francuzskaja literatura’, Abram Èfros nutriva una stima importante per il succitato scrittore francese contemporaneo, per cui non stupisce che abbia voluto ripubblicarne in russo un articolo dedicato alle opere di Racine, fondamentale esponente del Classicismo europeo (Èfros è, lo ricordiamo, anche e contemporaneamente il revisore e redattore responsabile di tutte le traduzioni di questa particolare edizione); Si tratta dunque di un articolo introduttivo (tradotto da K. Loks) quasi completamente (e prudentemente) orientato su un approccio di tipo biografico (si danno notizie sulle origini della famiglia del giovane Racine, sui suoi rapporti con il suo maestro, il giansenista Antoine De Maistre, i primi anni a Parigi e il rapporto conflittuale con Molière; un breve resoconto sulla sua vita privata, qualche pagina sulla messa in scena delle sue principali opere teatrali). Anatole France insiste sulla fede cristiana di Racine, scrivendo: “Racine era cristiano: era stato educato secondo il giansenismo. Ora che la sua giovinezza era finita, portando con sé i bei fantasmi che aleggiano alle soglie della vita, i desideri, le loro immagini ingannevoli e i nuovi piaceri, si sentiva solo, consegnato nelle mani di un dio temibile, e la paura lo aveva sopraffatto. Non aveva forse infuso nell’ultima delle sue opere pagane, la sua Fedra, tutte le emozioni e tutta la disperazione dell’anima cristiana privata della grazia?”; qui è possibile ravvisare un indulgere, da parte di France, sull’importanza del principio cristiano per Racine (sono gli stessi anni in cui, per Molière, i prefatori di Academia insistono invece pervicacemente sull’esatto contrario); per quanto riguarda la poetica e lo stile del grande drammaturgo francese, solo in calce al suo articolo Anatole France lascia uno sintetico quanto vago commento sulla sua opera in generale: “Jean Racine visse in un periodo in cui il genio francese raggiunse il suo apice, e la lingua, ormai consolidata, conservava ancora tutta la freschezza dell’età dell’oro. Studiò i poeti dell’antichità, li apprezzò e rispettò fino alla fine quella tradizione ellenica e latina, piena di bellezza e intelligenza, che seppe creare le forme della poesia: odi, epopee, tragedie e commedie. La delicatezza, la sensibilità del poeta, il suo ardore, la sua curiosità, persino le sue debolezze, tutto lo predisponeva a conoscere le passioni che sono l’essenza della tragedia, e a dare espressione all’orrore e alla compassione”. In sostanza si tratta dunque di un paratesto unico, nel suo genere, all’interno dell’ampio corpus didascalico di cui poteva disporre il lettore sovietico di quegli anni: affidato ad un intellettuale straniero, i suoi contenuti erano decisamente poco in linea con altri simili paratesti, sia all’interno di Academia, sia in altre sedi editoriali sovietiche; e certamente, questa scelta ne rendeva il contenuto meno informativo o ‘istruttivo’, ma al contempo anche meno schierato o pericoloso (il ’37 è un anno particolarmente critico, sia per Academia, v. D058, sia per Abram Èfros); tutto questo rende oggi questo breve saggio di Anatole France dedicato all’opera di Racine poco adattabile al paragone con il contesto sovietico e con le contingenti direttive politico-letterarie di quegli anni.
Alessandra Carbone