Anatol’ Frans i francuzskaja revoljucija [P144]
Collocazione paratesto: Bogi žaždut - Žurnal'no-gazetnoe ob''edinenie - Moskva - pp. 5-25
Tipologia di paratesto: Introduzione
Autore del paratesto: Gorev Boris Isaakovič
Profilo autore del paratesto: Gorev Boris Isaakovič (nato Gol'dman, 1874, Vil'no -- 27 dicembre 1937) fu un rivoluzionario, scrittore, storico, pubblicista, appartenente sia all'ala bolscevica sia a quella menscevica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo. Figlio di Isaak Merovič Gol'dman, suo fratello minore Michail Gol'dman (detto anche Mark Liber) fu uno dei fondatori dell'Unione Generale dei Lavoratori Ebrei (il cosiddetto 'Bund'). Storico del marxismo e del materialismo storico, Boris Gorev lavorò come docente di Storia presso diversi istituti sovietici e università sovietiche, tra cui l'MGU di Mosca e l'Istituto Marx-Engels-Lenin. da studioso pubblicò libri di storia e filosofia del materialismo e biografie dei principali protagonisti del marxismo russo. Fu arrestato nel 1937 durante il Grande Terrore per attività controrivoluzionaria e successivamente fucilato. (da: Filosofskaja ènciklopedija: v 5 tt. Sovetskaja ènciklopedija: Moskva, 1960-1970.)
Data del paratesto: 1936
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Titolo dell'opera originale tradotta in russo: Les dieux ont soif
Data dell'opera originale: 1912
Paese dell'opera originale: Francia
Nome autore del testo originale: France Anatole
Profilo autore del testo originale: Anatole France, pseudonimo di François-Anatole Thibault, (Parigi 1844 - Parigi 1924). Figlio di un libraio specializzato in testi della Rivoluzione francese, crebbe in un ambiente permeato di cultura storica e spirito critico, elementi che segnarono profondamente la sua formazione intellettuale. Dopo un'educazione classica, iniziò la carriera come bibliotecario e giornalista, affermandosi progressivamente come uno degli scrittori più raffinati della Terza Repubblica. La sua opera letteraria annovera dai romanzi come Le Crime de Sylvestre Bonnard (1881), che gli valse un grande successo, a romanzi storici come Les dieux ont soif (1912), a testi filosofici e satirici come L'Île des Pingouins (1908), feroce allegoria della storia e delle istituzioni occidentali. Negli anni della maturità, Anatole France assunse un ruolo pubblico sempre più marcato. Fu protagonista dell'affaire Dreyfus, schierandosi apertamente a favore dell'innocenza dell'accusato e difendendo i valori di giustizia, laicità e razionalismo. Questo impegno lo portò ad avvicinarsi progressivamente a posizioni socialiste e pacifiste, pur mantenendo una visione tendenzialmente umanistica e non dogmatica. I rapporti di Anatole France con la Russia furono soprattutto di natura culturale e ideologica. Ammirato dagli intellettuali russi già alla fine dell'Ottocento, fu letto e discusso negli ambienti progressisti e rivoluzionari. Dopo la Rivoluzione russa del 1917, France guardò con simpatia all'evento, interpretandolo come una risposta storica alle ingiustizie sociali e all'autocrazia zarista. Pur non aderendo mai al comunismo, espresse pubblicamente il proprio sostegno alla giovane Russia sovietica, in particolare contro l'intervento militare delle potenze occidentali. Negli ultimi anni di vita, Anatole France divenne una figura di riferimento morale per il mondo sovietico: le sue opere furono tradotte e diffuse in URSS, e il suo nome associato a un ideale di intellettuale impegnato e progressista. Nel 1921 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.
Categoria autore: Autore
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Titolo traduzione russa del testo originale: Bogi žaždut
Collocazione traduzione: Moskva – Žur.-gaz. ob''edinenie
Nome traduttore: Livšic Benedikt Kostantinovič
Profilo traduttore: Benedikt Konstantinovič Livšic (originariamente Benedikt Nachmanovič) Odessa 1886 - Leningrado, 1938. Fu un poeta, traduttore e studioso del futurismo russo. Arrestato durante la repressione staliniana, fu fucilato nel 1938, e riabilitato solo nel 1957.
Curatore dell'edizione della traduzione: N/A
Data dell'edizione della traduzione russa: 1936
Descrizione sintetica della relazione "paratesto - direttive":
Questo paratesto all’edizione 1936 de Les dieux ont soif (Bogi žaždut) è a cura dello storico Boris Isaakovič Gorev (nato Gol’dman), che lo riaggiustò l’anno successivo, accorciandolo, e lo propose anche per una ulteriore edizione singola del romanzo per i tipi di Academia (a latere rispetto alle già citate Opere complete intraprese dalla stessa casa editrice, v. P143, sempre nella traduzione di Benedikt Lifšic. Si v. A. Frans, Bogi žaždut, Academia: Moskva-Leningrad, 1937; il saggio è in postfazione, pp. 199-205). A giudicare dalle informazioni di cui disponiamo l’articolo di Gorev è consegnato nel giugno del 1936, anno quasi interamente dedicato alla lotta al formalismo (D128, D129) per cui il contesto storico-culturale è naturalmente molto diverso rispetto agli anni 1930-31, in cui fu preparato e uscì invece il paratesto di Lunačarskij (P143); ad esempio, per citare una delle differenze macroscopiche, il romanzo riceve il benestare per la pubblicazione, nel ’36, ma esce con evidenti tagli della censura al testo in traduzione, come evidenziato anche dalla dicitura in frontespizio. Lo stesso Gorev (si v. qui scheda biografica), ex socialista-rivoluzionario negli anni Dieci e vicino ai menscevichi, fu arrestato nel 1937 al tempo del Grande terrore, e fu processato e fucilato per attività antisovietica. È probabile che il saggio in oggetto fosse uno dei suoi ultimi scritti di storico e pubblicista prima dell’arresto. Dal momento che il romanzo di Anatole France entra così in dettaglio riguardo alle vicende del Terrore giacobino e della Rivoluzione francese (ricordiamo quanto France fosse esperto, anche per la sua storia familiare, delle vicende del 1789), prima di tutto per il prefatore sovietico fu necessaria una prudente contestualizzazione politicamente corretta della grande rivoluzione borghese che sconvolse il mondo nel XVIII secolo, in modo da darne una interpretazione ortodossa per il suo lettore, che potesse anche giustificare in qualche modo la pubblicazione del libro come valido ‘romanzo storico’, v. D155, p. 35). Gran parte del paratesto di Gorev è dunque occupato proprio da tale excursus storico, in cui si citano ampiamente le opere di Lenin sulla Rivoluzione francese, quelle di Marx e quelle di Engels, ma anche, naturalmente, le parole di Stalin. Per una migliore comprensione si riporta dunque in traduzione parte di tale premessa storica del prefatore: “Sui giacobini e sul loro significato rivoluzionario Lenin si esprimeva con grande rispetto: ‘I giacobini del 1793 sono entrati nella storia come grande esempio di una lotta realmente rivoluzionaria contro la classe degli sfruttatori, da parte della classe dei lavoratori e degli oppressi, che riuscirono a concentrare nelle proprie mani tutto il potere statale’. In generale, della Rivoluzione francese di questo periodo Lenin scriveva che ‘per la propria classe, per la classe per la quale essa lavorava, per la borghesia, la rivoluzione fece così tanto, che tutto il XIX secolo, quel secolo che ha dato civiltà e cultura a tutta l’umanità, passò sotto il segno della rivoluzione francese. In ogni angolo del mondo questo secolo non fece altro che portare avanti, realizzare a poco a poco, completare ciò che avevano creato i grandi rivoluzionari francesi, al servizio degli interessi della borghesia, anche se essi stessi non ne erano consapevoli, mascherandosi dietro le parole di libertà, uguaglianza e fraternità’. Ma proprio il fatto che i rivoluzionari piccolo-borghesi, mettendo in pratica l’opera della borghesia e sgombrando il terreno per il suo futuro dominio, nella loro lotta si appoggiavano alle larghe masse, comprese le classi povere e gli operai, doveva inevitabilmente porli in una posizione tragicamente contraddittoria e provocare scissioni nel loro stesso ambiente. Lo slogan ‘Liberté, égalité fraternité’ veniva percepito dalle masse nel significato reale, economico di queste parole. Nella lettera di Engels a Kautsky del 20 febbraio 1889 si osserva infatti che il popolo ‘attribuiva alle rivendicazioni rivoluzionarie della borghesia un significato che esse non avevano in realtà, portava l’uguaglianza e la fraternità fino alle estreme conseguenze […] questa uguaglianza e fraternità plebee potevano essere per il popolo solo un sogno in un’epoca in cui si trattava di creare il loro diretto opposto e in cui, come sempre, l’ironia della storia fece sì che questa interpretazione popolare degli slogan rivoluzionari diventasse la leva più potente per la realizzazione del loro contrario: l’uguaglianza borghese davanti alla legge e la fraternità nello sfruttamento’. Altrove, nell‘Antidühring, Engels sottolineava poi che ‘sebbene durante il Terrore le masse indigenti di Parigi abbiano per un momento preso il potere e abbiano potuto così dirigere la rivoluzione borghese contro la stessa borghesia, la loro vittoria momentanea servì come la migliore dimostrazione di tutta l’impossibilità di un dominio duraturo della classe operaia nelle condizioni di allora. Il proletariato, non ancora distinto dalla massa generale degli indigenti, costituiva allora soltanto il germe della classe futura e non era capace di un’azione politica autonoma. Esso non era che una massa oppressa e sofferente, che nella propria impotenza poteva attendere la liberazione soltanto da una qualche forza esterna, superiore’. Esiste quindi un’enorme distanza tra la rivoluzione borghese francese della fine del XVIII secolo e la Grande Rivoluzione socialista nel nostro Paese. Come disse il compagno Stalin in una conversazione con lo scrittore tedesco Emil Ludwig: ‘la Rivoluzione d’Ottobre non è né la continuazione né il compimento della Grande rivoluzione francese. Lo scopo della rivoluzione francese era la liquidazione del feudalesimo per affermare il capitalismo. Lo scopo della Rivoluzione d’Ottobre è invece la liquidazione del capitalismo per affermare il socialismo’”. In questo senso se da un lato Gorev sottolinea, come già fece Lunačarskij nel ’31, la differenza tra le due rivoluzioni (‘propast”, ‘abisso’, era la parola utilizzata), dall’altro ne fa una ricostruzione che, a partire dalle citazioni dei ‘grandi’, giustifica l’operato dei giacobini (il ruolo di Robespierre e dei giacobini del 1793 fu più volte esaltato da Lenin), ma al contempo ne “smaschera le contraddizioni”: in una rivoluzione borghese, ricorda Gorev, le masse erano spesso e volentieri ingannate dai loro stessi slogan, immature, venivano manipolate, e lo stesso Robespierre dovette più volte scendere a patti con i cittadini più ricchi, o arricchitisi durante gli anni della rivoluzione, e farne gli interessi per difendere la nuova Francia giacobina; la situazione peggiorò ulteriormente nel 1793-94, come ricorda Gorev: “nella morsa di queste contraddizioni — tra la borghesia controrivoluzionaria e i suoi agenti politici nella Convenzione da un lato, e le masse affamate e rivoluzionarie, che sognavano l’uguaglianza economica ma erano prive di capi e non riponevano più fiducia nel governo di Robespierre, dall’altro — il governo di Robespierre fu costretto a soccombere. In ciò risiede il significato tragico della dittatura giacobina”. Al contempo, ed è qui che il prefatore si rivolge al romanzo di Anatole France, al quale sembra essere piuttosto ostile, Gorev sostiene che Les dieux ont soif sia un’opera che non capisce questo sommo tragismo, che al contrario lo sminuisce come mera critica del Terrore: “ma tutta la profondità di questa tragedia, una tragedia sociale, una tragedia di classe, Anatole France non la vede né la comprende. Per lui tutta la questione si riduce al terrore”; lo scrittore francese “commette errori storici”, e assume un punto di vista troppo borghese; in ultima analisi per Gorev è evidente che: “con l’obiettivo di screditare al massimo la politica di Robespierre e, di conseguenza, l’intera dittatura giacobina, Anatole France sottolinei ed esageri la passività delle masse nel momento del colpo di Stato termidoriano”; a suo avviso, citando direttamente dal romanzo, “la componente intellettual-borghese della Comune ‘è tutto ciò che a Parigi vi è di autenticamente repubblicano. Gli intellettuali si accalcarono nel municipio come su una rocca della libertà, circondati da ogni lato da un oceano di indifferenza’”. In questo senso, passando finalmente all’analisi del libro, Gorev è decisamente molto più severo – rispetto a Lunačarskij – con il personaggio del nobile decaduto, epicureista Brotteaux (che egli ritiene un alter ego dello stesso Anatole France), mentre assurge a personaggio veramente tragico e positivo il giudice fanatico, il giovane Évariste Gamelin, di cui riporta quasi interamente uno dei passi più importanti, un suo monologo finale (Gamelin sa che prima o poi finirà odiato, dimenticato, e, molto probabilmente, sul patibolo lui stesso), un monologo che costituisce una sorta di sfogo tragico dell’agente-persecutore, del quale il lettore assorbe però completamente il punto di vista, quello di un giudice (in realtà Gamelin è un giurato) odiato eppure ‘giusto’, retto sino in fondo nella propria assoluta fede politica, che vede nelle esecuzioni di massa l’unico vero modo per salvare la Rivoluzione. Dice Gamelin, rivolto all’amata Élodie, nella citazione riportata da Gorev: “Élodie, potrai un giorno attestare che io vissi fedele al mio dovere, che il mio cuore fu retto e la mia anima pura, che non ebbi altra passione se non il bene pubblico, che ero nato sensibile e tenero? Dirai: ‘Egli fece il suo dovere’? Ma no, non lo dirai. E non ti chiedo di dirlo. Perisca la mia memoria! La mia gloria è nel mio cuore; la vergogna mi circonda”. Quando un bambino di otto o nove anni si avvicina ad Évariste, egli lo prende in braccio, affettuoso, ed esclama, con possente forza retorica: “Bambino! Tu crescerai libero, felice, e lo dovrai all’infame Gamelin. Io sono atroce perché tu possa essere felice. Sono crudele perché tu sia buono, sono spietato affinché domani tutti i Francesi si abbraccino versando lacrime di gioia. Lo strinse al petto: ‘piccolo bambino, quando sarai un uomo, mi dovrai la tua felicità, la tua innocenza; e, se mai sentirai pronunciare il mio nome, lo esecrerai'”. Questa stessa citazione, riportata dal critico sovietico, ha un valore metaletterario notevole, perché qui in verità, grazie alla portata retorica di questo passo, il lettore russo sarà evidentemente tentato di fare tutto il contrario rispetto alla raccomandazione di Lunačarskij, già citata nel paratesto del 1931, ovvero quella di “non sovrapporre le due rivoluzioni”, di “non sovrapporre fatti e aneddoti”: per il lettore sovietico del 1936 infatti sarà assolutamente automatico il confronto con le persecuzioni contemporanee di cui sa, e di cui già sperimenta il moltiplicarsi in arresti, sparizioni e persecuzioni, e, grazie alla citazione sottolineata da Gorev, sarà spinto ad indentificarsi in qualche modo, e persino ad empatizzare, non con le vittime, ma con il triste destino del carnefice Évariste, il giudice spietato, ma ‘giusto’ che perseguita tutti i controrivoluzionari. Certo, in questa potente tirata, lo storico sovietico evita strategicamente di riportare anche un’ultima considerazione di Évariste, sublime nella sua quieta, consapevole crudeltà, e agghiacciante per la modernità contingente delle sue parole nel romanzo: “ho abbracciato questo bambino; può darsi che domani farò ghigliottinare sua madre”. In chiusura del paratesto, come spesso avviene per prefazioni/ postfazioni a libri controversi, in questo periodo, lo studioso trova una formula di rito, che al contempo condanna e salva opera e scrittore, in una sintesi rodata, viatico sicuro per la pubblicazione basato sull’uso dell’avverbio ‘nonostante’, per cui il romanzo ha l’indiscusso valore di “documento realistico” sulla rivoluzione, “nonostante tutti gli errori politici”; scrive Gorev: “il romanzo, con il suo valore storico-letterario, nonostante tutte le evidenti e vistose inesattezze politiche, non solo si legge con un interesse che non viene meno, ma senza dubbio aiuta il lettore che abbia fatto propria la valutazione marxista-leninista della rivoluzione borghese [il corsivo è mio, A.C.] a meglio rappresentarsi il contesto concreto della rivoluzione e il carattere generale dell’epoca”. Come si è già detto però il romanzo, troppo crudo, nonostante il monologo di Évariste, nella rappresentazione del Terrore giacobino, e nella rappresentazione, di contro, dello spontaneo nascere di sentimenti monarchici o controrivoluzionari anche in personaggi plebei (esempio la piccola prostituta Athénaïs), non fu più ripubblicato in Unione Sovietica sin dopo la metà degli anni Cinquanta (l’esemplare del ’36, analizzato de visu da chi scrive, riporta tra l’altro il timbro dello spec-chranilišče della Biblioteca Lenin di Mosca, ora RGB, dunque non è escluso che sia stato tolto dagli scaffali della Biblioteca per diversi anni). Il triste destino di Gorev, che partecipò ad un progetto sicuramente definibile come poco prudente, visto l’argomento e la specificità di questo romanzo di Anatole France, e che fu arrestato e fucilato per attività controrivoluzionaria in pieno Terrore nel ’37, subito dopo aver curato questo libro, assomiglia molto a quello di un altro storico sovietico della rivoluzione francese, Cvi Fridljand, fucilato poco dopo aver curato le opere di Mercier (v. P026); questi studiosi furono dunque entrambi vittime del ‘tritacarne degli anni Trenta’ secondo l’acuta definizione di Natal’ja Èfros, moglie del curatore delle opere di letteratura francese Abram Èfros, e responsabile dell’edizione Academia di A. France. Anche Èfros fu arrestato nel ’37 (ma fu poi rilasciato). Ricezione contemporanea in Europa occidentale dell’opera di Anatole France (1930-1950): Il ventennio tra il 1930 e il 1950 rappresenta per Anatole France un periodo di ripresa nella critica occidentale. Dopo la morte e l’attacco surrealista del 1924, guidato da André Breton, la ricezione della sua opera si sposta verso un’analisi più rigorosa e fattuale, tra lo studio filologico e il riesame politico. In questo periodo, la critica francese cerca di salvare la sostanza intellettuale di France: Victor Giraud pubblica nel 1935 Anatole France, un’opera che tenta di bilanciare la maestria stilistica dell’autore con il suo scetticismo religioso. Tuttavia, l’evento critico più rilevante del dopoguerra è l’opera monumentale di Jean Levaillant, che iniziava in quegli anni a porre le basi per il suo Les aventures du scepticisme: essai sur l’évolution intellectuelle d’Anatole France (sebbene pubblicato nel 1965, i suoi studi fondamentali e articoli su rivista iniziano a maturare già negli anni ’40). Fondamentale è anche il lavoro di Jacques Suffel, che nel 1946 pubblica Anatole France, biografia critica definitiva per l’epoca, che recupera il rigore documentario nella rivalutazione letteraria dello scrittore. Regno Unito: La ricezione inglese rimane solida. L.P. Shanks pubblica Anatole France: The Mind and the Man (1932); Italia: La critica italiana si concentra sulla natura dello stile di A. France: Pietro Paolo Trompeo, insigne francesista, dedica vari saggi all’autore (raccolti poi in Nell’Italia di Anatole France, 1950), analizzando il legame profondo tra France e la cultura classica italiana. Ricezione di Les dieux ont soif in Occidente, 1930-1950: Haakon Chevalier (1932): In The Ironic Temper: Anatole France and His Time, l’autore analizza l’ironia di France non in qualità di cinismo fine a se stesso, ma come un potente strumento atto a sezionare la ‘patologia del potere’, vedendo in Gamelin (il protagonista) il prototipo del burocrate del terrore. Tra gli anni Trenta e il 1945, mentre le avanguardie lo ignorano, la critica accademica, in particolare quella liberale, vede nel romanzo un baluardo della ragione contro i totalitarismi nascenti: L.P. Shanks (1932): Nel già citato Anatole France: The Mind and the Man, il critico dedica spazio a Les dieux ont soif definendolo la “tragedia della virtù astratta”, dove l’idealismo, in un primo tempo lodevole e giustificabile, si trasforma poi in cieca, zelante ferocia ; Victor Giraud (1935): nel suo Anatole France, analizza il romanzo come un capolavoro di ricostruzione storica che evita il pittoresco per concentrarsi sulla “fisiologia del fanatismo”; Edizioni Illustrate del romanzo (1938-1947): La pubblicazione di edizioni di lusso (es. per ed. Sylvain Sauvage, 1938; Valentin Le Campion, 1946) accompagnate da prefazioni critiche, dimostra come l’opera rimanesse un punto di riferimento per l’alta cultura borghese anche durante la guerra. Il dopoguerra (1945 – 1955) Nel secondo dopoguerra il romanzo viene riabilitato come analisi dei meccanismi del Terrore, utile per comprendere gli orrori appena vissuti in Europa; in particolare si v. Jacques Suffel (1946): Nella sua monografia Anatole France, lo studioso ristabilisce il valore documentario del romanzo, frutto di anni di studi dell’autore sui processi rivoluzionari. Il “Grand Prix des Meilleurs romans du demi-siècle” (1950): La giuria, composta da grandi nomi della letteratura come Colette e F. Mauriac, include Les dieux ont soif tra i dodici migliori romanzi della prima metà del secolo.
Alessandra Carbone